Cultura e divulgazione scientifica

Personaggi, storie, artisti; cultura generale e divulgazione scientifica

Brevi considerazioni sull’autismo

La maggior parte delle nostre conoscenze  odierne sulla genesi dell’autismo denominato come ASD – Autism Spectrum Disorders – è stato ottenuto da studi di associazione genetica e analisi del sequenziamento del DNA di grandi coorti di pazienti ASD, che ci permettono ora di cominciare a osservare le basi molecolari di questa malattia. Tuttavia, un quadro completo può richiedere una integrazione dei dati genetici di diverse dimensioni e da diverse angolazioni (Li J et al 2014). Ad esempio, un certo numero di studi hanno analizzato i geni che hanno mostrato una espressione differenziale e significativa nel cervello di pazienti affetti da ASD rispetto a soggetti non affetti, ma mutazioni aberranti e/o disfunzionali non sono ancora state identificate per molti di questi geni. Dal momento che il mantenimento delle mutazioni genetiche all’interno di una popolazione è fortemente guidato dalla selezione e dalle dinamiche di popolazione demografiche naturali, le mutazioni in geni critici per lo sviluppo della ASD sono difficilmente individuabili, impedendo quindi l’identificazione di geni candidati responsabili, tramite la semplice analisi mutazionale. Queste osservazioni suggeriscono che le alterazioni genetiche che portano alla ASD potrebbero verificarsi a diversi livelli, perturbando la regolazione genica o la funzione del gene, e potrebbero sottolineare l’importanza di costruire un modello integrato per lo studio della patologia, dove i dati genomici da più dimensioni indipendenti, possano essere incorporati per rivelare la architettura nascosta di questa malattia. Perché è di un problema di architettura che con tutta probabilità si tratta.

Ciò che emerge oggi suggerisce alcuni risultati chiave rilevanti per l’autismo. In primo luogo, si osserva la struttura a “moduli” dell’ interattoma proteico umano (dove per interattoma si intende la totalità delle interazioni molecolari che avvengono in un organismo vivente e che, mediante un meccanismo a cascata, regolano il metabolismo). In tale tipologia di analisi, i geni che formano un gruppo topologico naturale tendono ad avere funzioni condivise e a raggrupparsi in cluster (Li J et al 2014). In particolare due di questi moduli, quello costituito dal gruppo di geni funzionalmente arricchito come “regolazione genica” e un altro costituito da geni arricchiti rispetto alle funzioni “trasmissione sinaptica” risultano particolarmente rilevanti in termini di significatività differenziale rispetto ai gruppi di controllo. Dalla analisi di questi cluster sembrerebbe apparire cruciale nella patogenesi della ASD il ruolo potenziale degli oligodendrociti. Gli Oligodendrociti sono cellule del sistema nervoso centrale che contribuiscono alla regolazione delle concentrazioni ioniche extracellulari e svolgono la funzione essenziale di mielinizzare i neuroni, ovvero rivestire i neuroni con il necessario isolamento “elettrico” ai fini di permettere la conduzione dell impulso nervoso. Senza tale rivestimento le cellule nervose non sarebbero in grado di condurre l’impulso nervoso e quindi di comunicare tra esse.
Il corpo calloso è una struttura anatomica del cervello che ha un ruolo centrale nella comunicazione dei segnali tra i due emisferi dell’encefalo e svolge questo compito attraverso gli assoni che si estendono da diversi strati corticali tra i due emisferi cerebrali; pertanto, una adeguata mielinizzazione adoperata dagli oligodendrociti sugli assoni di collegamento è fondamentale per tale processo.

Ciò che si osserva (Li J et al 2014) è un coinvolgimento del gruppo di geni arricchito rispetto alle funzioni di “trasmissione sinaptica” proprio nella formazione e nello sviluppo del corpo calloso di collegamento tra i due emisferi cerebrali. Ciò fornisce un indizio molecolare alle dimensioni ridotte del corpo calloso che è stata osservata tra gli individui con ASD (Egaas et al, 1995). Due recenti studi (Parikshak et al, 2013; Willsey et al, 2013) evidenziano un ruolo critico nella connettività interemisferica, al punto che interrompere, in specifici modelli sperimentali, le sue sottocomponenti di segnalazione interemisferica possa probabilmente dar luogo a fenotipi, ovvero manifestazioni, di tipo ASD.

La direzione probabilmente più valida per la comprensione di questo “disordine” dovrebbe includere un livello di intima e completa comprensione della connettività interemisferica, e non semplicemente lo studio di una particolare regione del cervello o di specifici tipi cellulari. Questo potrebbe contribuire a spiegare la emersione delle entità genetiche – qui intese come geni – coinvolte soprattutto nelle funzioni di sviluppo e corretto “cablaggio” delle strutture di collegamento interemisferiche. Ciò che appare sempre più evidente è che la semplice analisi di elementi singoli non potrà, se non in qualche sporadico caso, portarci alla comprensione di meccanismi complessi. Niente è sufficientemente semplice da essere disvelato in pochi seppur lenti passaggi e solo negli ultimi anni siamo in grado di guardare dentro ai processi di interazione delle complesse reti che sottintendono a tutti i processi della vita (interattomi, connettomi, metabolomi), grazie a nuovi strumenti forniti da nuove discipline che si avvalgono di nuovi e potenti mezzi computazionali. Sono necessari strumenti in grado di distillare conoscenza dalla enorme mole di dati che origina dai processi complessi dei quali noi stessi e le nostre manifestazioni siamo espressione. Tali strumenti entrano quindi a gran diritto nella “rete della vita” non più come semplici mezzi di calcolo esterni ma come entità interagenti se con questa definizione si intende un elemento in grado di processare un segnale in ingresso e restituirne uno diverso in uscita. Esattamente come avviene ogni istante in natura su tutti i diversi livelli di scala.

Emanuele Pascariello

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È on line la rivista scientifica “Ingegneria dell’Ambiente”

logo_ingegneria_ambienteCari amici, appassionati di temi legati all’ingegneria sanitaria – ambientale, vi segnalo con piacere che è attiva da metà 2014 una nuova rivista scientifica: Ingegneria dell’Ambiente.

Ingegneria dellAmbiente si propone come strumento in lingua italiana per avvicinare la ricerca scientifica svolta, in ambito nazionale, nei campi dell’ingegneria ambientale, delle tecnologie e dei processi per il risanamento dell’ambiente (acque, aria, rifiuti, suoli) al mondo dei tecnici ambientali, dei liberi professionisti, dei funzionari della pubblica amministrazione, dei formatori e degli Enti di controllo.

Raccolgo, quindi, ed estendo a tutti voi l’invito della Direzione Scientifica della rivista (Roberto Canziani e Stefano Caserini, Politecnico di Milano) di considerare Ingegneria dellAmbiente come un utile strumento per la diffusione in lingua italiana dei risultati delle vostre ricerche scientifiche.

Sul sito della rivista potete trovare tutte le istruzioni su come inviare i vostri articoli di ricerca o brevi comunicazioni: ogni elaborato sarà sottoposto a un rigoroso sistema di peer review ed è ad accesso completamente aperto, quindi senza oneri né per i lettori né per chi pubblica.

Vi segnalo inoltre che a breve verrà pubblicato il primo numero della rivista, e vi invito a registrarvi al sito di Ingegneria dell’Ambiente, in modo da essere informati su tutte le novità.

Irene Sterpi

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La Chiesa di Santa Caterina a Cagliari

Architettura e paesaggio urbano. La Chiesa di Santa Caterina a Cagliari tra passato e presente

Premessa

Cagliari. Chiesa di Santa Caterina - Navata centrale (foto storica)

Cagliari. Chiesa di Santa Caterina – Navata centrale (foto storica)

Quest’articolo prende le mosse da uno studio approfondito dell’aerea adiacente al bastione dello Sperone che comprende gran parte della via Manno a Cagliari, in pieno centro storico, da parte dell’Autore.

Attraverso la documentazione storica, soprattutto quella fotografica, sono state ripercorse le varie fasi di costruzione e di ricostruzione di una delle chiese più importanti a Cagliari non tanto per la sua struttura e lo stile architettonico ma per le vicende attinenti alla sua ricostruzione.

Ci vollero, infatti, 15 anni per la ricostruzione della chiesa in un’altra zona della Città (capoluogo della Regione Sardegna); una decisione, quest’ultima, che cambio notevolmente la zona di via Manno, che divenne a tutti gli effetti ancor di più la principale arteria “commerciale” della città.

L’antica chiesa di Santa Caterina

La Confraternita dei Santi Martiri Giorgio e Caterina, fondata dai genovesi di Cagliari, pose la prima pietra per la costruzione della propria chiesa nella parte alta della “Costa”, all’interno del quartiere della Marina  il 27 Novembre del 1599

Nel 1602 già si provvedeva alla finitura dell’altare maggiore, da alcuni documenti veniamo a conoscenza del nome del capomastro Antonio Cani, finora rimasto sconosciuto,  a cui si deve far risalire anche il progetto della costruzione. Tali documenti consentono di ipotizzare che la chiesa sorgesse fin dall’origine secondo lo schema planimetrico, testimoniato dalle rare carte ottocentesche e dalle fotografie: lo schema ad aula, con tre cappelle per lato e ampio presbiterio quadrato, con aula voltata a botte su pilastri.

Il capomastro Antonio Cani si trova ad operare in un momento in cui si assiste in Sardegna ad un fondamentale rinnovamento delle attività costruttive. L’arrivo dal continente di tecnici e maestranze che lavorano agli edifici progettati dai Gesuiti, e degli ingegneri militari mandati in Sardegna da Filippo II per le fortificazioni , fa sì che egli debba tenere conto di quelle novità. Dalla lettura dei verbali delle Congregazioni generali  che si susseguono a scadenze annuali, si nota un procedimento costruttivo che, seguendo un progetto ben calcolato, e contrario alla prassi costruttiva di tradizione gotico – catalana (che prevedeva ampliamenti laterali successivi alla costruzione dell’aula), faceva avanzare contemporaneamente tutta la costruzione. Ciò portava a rimandare nel tempo la piena utilizzazione degli ambienti già costruiti: infatti se nel 1601 si poteva sostenere di essere sul punto di “dar fine alla maggior parte della nostra fabbrica”, nel 1604 si diceva  che si doveva costruire la volta corrispondente ad esso; e nel 1605, infine, si poteva autorizzare la costruzione delle due cappelle centrali, obbligando i committenti a rispettare l’architettura di quelle già costruite per quel che riguardava la porzione di parete della navata nella quale si aprivano, lasciandoli liberi di scegliere lo stile dell’interno.

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Moria di api e pesticidi

Il cantico delle api

Premessa

L’Unione Europea riconosce il rischio di estinzione della popolazione delle api e le ripercussioni negative che ciò potrebbe comportare nel medio – lungo periodo agli ecosistemi e all’agricoltura a causa dell’uso di pesticidi.

Iniziativa culturale itinerante

Cantico delle apiUna voce, una fisarmonica, 5 faretti, che ricreano le atmosfere della ribalta di un vecchio teatro, salgono a bordo dei treni regionali con una storia importante da raccontare. Con questo stile antico, “il cantico delle api” si ritrova a ricalcare le orme dei quasi estinti cantastorie, attraversando piccoli spazi, piazze secondarie e ritrovi spontanei. Un teatro “biologico” in cui le api, che “…trasportano parole d’amore da un fiore all’altro…”, rappresentano i fili che legano insieme il passato con il presente, a indicarci con la loro esemplarità, la strada per l’avvenire. L’obiettivo di questo spettacolo è quello di sostenere gli apicoltori nella lotta contro i pesticidi: nemici moderni, intelligenti e letali.

La moria delle api è un “problema” che riguarda tutti.

Il declino della popolazione delle api preavvisa che la vita sul Pianeta è in pericolo; vita che dipende soprattutto da quel “proletariato invisibile” costituito da piante, insetti, vermi, funghi, muffe, microrganismi e api.

E’ ormai accertato che i neonicotinoidi, nuove molecole sistemiche usate in agricoltura, sono la causa principale della morte delle api.

L’uso di questi pesticidi segnala che il modo di coltivare è profondamente cambiato, soprattutto negli ultimi trent’anni.

Le tappe del viaggio in Italia e Sardegna

Questo viaggio prosegue grazie al calore e al sostegno di coloro che lo accolgono nella sua semplicità.

“Il Cantico delle Api” è stato in cascine, fienili, aie, cimiteri sconsacrati,sinagoghe,circoli, sale portuali ecc.

<<Ospitare la narrazione è semplice : qualsiasi sia lo spazio, la condizione più importante per il volo è il silenzio (poi una normale presa di corrente e un buon tam tam in modo che si riuniscano almeno una cinquantina di persone) e via si parte>>.

Le tappe dell’iniziativa:

  • sabato 21 giugno 2014, Oasi Lipu di Arcola, loc. San Genesio (SP) – ore 21.00

 

  • mercoledì 25 giugno 2014, Giardini sensoriali di viale Trieste – Nuoro –  ore 21.00

 

  • giovedì 26 giugno 2014, P.zza San giovanni – Norbello (OR) – ore 21.30

 

  • venerdì 27 giugno 2014 Anfiteatro P.zza Salvietti – Marrubiu (OR) – ore 19.00

 

  • sabato 28 giugno 2014, Giardino giardino ex- asilo – Via S. Nicolò – San Vero Milis (OR) –  ore 21.30

Info

Per maggiori informazioni sull’iniziativa: canticodelleapi@gmail.com http://www.mieliditalia.it

Andrea Alessandro MUNTONI

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Maria Lai. Ricucire il mondo

Maria LAI. Monumento al vento. Ulassai, Sardegna, Italia

Maria LAI. Monumento al vento. Ulassai, Sardegna, Italia

“Ricucire il mondo” è un progetto espositivo dei Musei Civici di Cagliari e del Museo MAN di Nuoro dedicato a Maria Lai (1919 – 2013), una delle figure femminili più importanti e affascinanti della storia dell’arte italiana della seconda metà del Novecento.

L’esposizione, realizzata grazie al contributo della Fondazione Banco di Sardegna, propone un percorso cronologico e tematico strutturato in tre diverse sedi:

  1. il Palazzo di Città di Cagliari,
  2. il Museo MAN di Nuoro,
  3. il paese di Ulassai.

Con più di trecento opere provenienti da raccolte sia pubbliche sia private, oltre che dalla collezione della famiglia, Ricucire il mondo è la prima retrospettiva completa dedicata all’artista.

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Il neutrino e la bomba atomica

Premessa

Il neutrino è una particella elementare nota sin dagli anni trenta del XX secolo e non si può negare che alcune intuizioni di Ettore Majorana, il fisico di origine siciliana “misteriosamente” scomparso qualche anno prima (1938) dello scoppio della II Guerra Mondiale, sono state confermate relativamente di recente, comunque non prima del 1956; il fisico Joao Magueijo ritiene che il lavoro di E. Majorana – svolto in parte in seno al gruppo di lavoro romano noto come “I ragazzi di Via Panisperna”, coordinato da Enrico Fermi – dovrebbe essere premiato con un Nobel per la fisica ma, come è noto, il premio non può essere assegnato postumo e non c’è motivo per dubitare che nel 2014 il fisico non sia più vivo!

Il primo fisico che teorizzò l’esistenza della particella elementare di cui trattasi fu il fisico teorico di origini austriache Wolfgang Pauli; questi lo fece per spiegare il decadimento beta o, se si preferisce, la seconda forma in cui può manifestarsi un decadimento radioattivo (radiazione beta).

Il nome della particella (da attribuirsi a E. Fermi) deriva dal fatto di essere elettricamente neutra e di possedere una massa notevolmente più piccola di quella del neutrone, particella costituente il nucleo di un atomo e la cui presenza o meno, in numero variabile (minore o maggiore) di quella dei protoni, determina la forma isotopica di molti elementi chimici della tabella periodica.

Il neutrino arricchisce il modello atomico – nucleare costituito da protoni (particelle con carica elettrica positiva), neutroni (particelle prive di carica elettrica, con una massa pari circa a quella del protone) ed elettroni.

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