Valutazione Ambientale Strategica

Valutazione Ambientale Strategica, rapporto ambientale, scoping

Tecnico competente in acustica ambientale

La Legge n. 447 del 26 ottobre 1995 recante “legge quadro sull’inquinamento acustico” non ha abrogato il DPCM 01/03/1991 ma l’ha ripreso e approfondito, introducendo il concetto di “livello di emissione sonora” in aggiunta a quello di “livello di immissione sonora”; quest’ultimo decreto, infatti, è stato il primo provvedimento normativo nazionale  in materia di acustica ambientale, volto a stabilire i valori limiti di immissione sonora da non superare nel periodo di riferimento diurno (06:00 – 22:00) e nel periodo di riferimento notturno (22:00 – 06:00). Una recente direttiva comunitaria – non ancora recepita dall’Italia – prevede un terzo periodo di riferimento “pomeridiano”.

La misura e la valutazione del rumore ambientale è prerogativa del “tecnico competente in acustica ambientale“, ovverosia della figura professionale – riconosciuta dalla Regione di appartenenza con apposito provvedimento – idonea all’esecuzione dei rilievi fonometrici e al collaudo e alla valutazione dell’impatto acustico ambientale.

Misura di rumore ambientale mediante fonometro integratore su treppiede

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Livelli differenziali di rumore

Il problema della differenza fra il RUMORE AMBIENTALE – dato dal contributo di tutte le sorgenti sonore attive in un dato periodo di tempo – e il RUMORE RESIDUO – ottenuto escludendo tutte le sorgenti ritenute essere rumorose – è di grande importanza nell’acustica ambientale. La maggior parte delle cause giudiziarie è incentrata sul rispetto o meno dei LIVELLI DIFFERENZIALI DI RUMORE previsti dalla legislazione italiana e strumentalmente rilevabili – esclusivamente – all’interno delle civili abitazioni o comunque all’interno di strutture stabilmente occupate da persone sia a finestre aperte che chiuse.

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Produzione di acqua calda sanitaria mediante impianti a pannelli solari

 

Il solare termico è senz’altro il sistema più efficace ed efficiente per produrre acqua calda destinata, a seconda della complessità dell’impianto, ad usi sanitari e/o per il riscaldamento dell’edificio.

Dopo i deludenti risultati conseguiti negli anni ottanta e novanta – per lo più imputabili alla scarsa qualità dei materiali ed alla poca esperienza e competenza professionale di progettisti ed insatallatori – oggi il mercato delle “energie rinnovabili” propone interessanti soluzioni impiantistiche per la produzione di acqua calda sanitaria (ACS) con impianti solari termici.

Con le modifiche ed integrazioni apportate di recente alla legge 10/1991 sul risparmio energetico, chi intenda costruire o ristrutturare un edificio deve innanzi tutto far sì che l’involucro edilizio (murature perimetrali, solai, copertura, infissi) sia tale da assicurare il massimo confort climatico con il minor dispendio possibile di energia. I massimi rendimenti globali dell’edificio e degli impianti di riscaldamento e per la produzione di ACS si conseguono rispettivamente con la scelta di materiali con bassa trasmittanza termica (o il che è lo stesso, minima trasmissione di calore attraverso una data superficie di separazione tra due amienti a diversa temperatura) e con la realizzazione di impianti di riscaldamento efficienti, ad elevato rendimento, possibilmente in grado di generare il calore a partire da fonti di energia rinnovabili.

Impianto a circolazione forzata per la produzione di ACS con pannelli solari. Serbatoi di accumulo

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Tutela del paesaggio.Il discutibile criterio geometrico

 

Chiesetta parrocchiale di San Pietro (Villa San Pietro, Sardegna) 

Spesso si è portati a considerare ambiente e territorio come una sorta di “parco museale” in cui nulla possa e debba alterarsi e modificarsi; si finisce, insomma, per dare l’impressione che la valorizzazione del territorio passi solo attraverso un sistema di regole che “congelano” l’esistente con l’illusione che ci si trovi sempre e comunque di fronte a paesaggi di tale ed inestimabile bellezza da non potersi violare o modificare in alcun modo.

Se da un lato è comprensibile che col Piano Paesaggistico Regionale (PPR) della Sardegna si siano volute difendere – per consegnarle alle generazioni future – importanti fette di territorio regionale, non è altrettanto chiaro il motivo per cui si sia arrivati al paradosso per cui ogni angolo dell’Isola debba essere preservato al punto che non è quasi più possibile, se non nel rispetto di rigidissimi e discutibili canoni, costruire o anche solo modificare lo stato dei luoghi e ciò addirittura laddove non c’è più nulla da preservare perché le “aggressioni” pregresse hanno già compromesso del tutto il paesaggio.

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Piani di Utilizzazione dei Litorali. Nuove regole per la predisposizione

Predisposizione dei Piani di Utilizzazione dei Litorali.

La Legge regionale 12 giugno 2006, n. 9 recante, fra l’altro, “Atto generale di indirizzo concernente direttive per la redazione del Piano di Utilizzo dei Litorali (PUL) e l’esercizio delle funzioni amministrative in materia di demanio marittimo” stabiliva la necessità di decentrare alcune funzioni amministrative agli Enti locali e fra queste, per l’appunto, la disciplina della porzione di territorio comunale definita “fascia costiera” nel Piano Paesaggistico Regionale (PPR). In base alla succitata L.R. 12/06/2006, n. 9, alla Regione sono attribuite, infatti, le funzioni di programmazione, indirizzo e coordinamento per le materia conferite agli Enti Locali; funzioni, queste ultime, esercitate mediante gli atti di programmazione previsti dalle leggi di settore o, se non previste e fino al riordino della relativa normativa, mediante deliberazione della Giunta regionale su proposta dell’Assessore competente.

Costa rocciosa di Capo Caccia (Sardegna nord occidentale)

Vale senz’altro la pena ricordare che, in attuazione alla normativa richiamata più sopra, la Giunta regionale con la deliberazione n. 29/15 del 22 maggio 2008 (più volte oggetto di approfondimento da parte della Gazzetta del Medio Campidano) ha emanato le prime Direttive per la redazione, da parte delle amministrazioni comunali, dei Piani di Utilizzo dei Litorali (P.U.L.) e per l’esercizio delle funzioni amministrative in materia di demanio marittimo.

A distanza di un biennio la Regione Sardegna, ancorché alcuni comuni costieri avessero già avviato e talora concluso il delicato e duro lavoro di predisposizione del P.U.L., ha ritenuto necessario procedere alla revisione delle direttive suddette al fine di superare le principali criticità manifestate in sede di applicazione della disciplina originariamente adottata (sic nelle motivazioni della Giunta), modulando regole più flessibili – forse persino troppo – e tali da adattarsi ai diversi contesti oggetto di pianificazione territoriale. Non v’è dubbio alcuno, infatti, che le problematiche di Pula siano diverse da quelle che deve affrontare Arbus, così come le difficoltà di Villasimius a gestire e disciplinare l’uso della fascia costiera fra luglio e agosto (perché di questo si tratta) siano di ben altra natura rispetto a quelle di Olbia.

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