Piano per l’Assetto Idrogeologico (PAI)

 

Il Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico (PAI) è uno strumento pianificatorio nato in seguito all’emanazione della Legge 18/05/1989, n. 183 recante “Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo” ed ai sensi del decreto legge 11/06/1998, n. 180 recante “Misure urgenti per la prevenzione del rischio idrogeologico ed a favore delle zone colpite da disastri franosi nella regione Campania”, convertito con modificazioni dalla legge 03/08/1998, n. 267, che guarda caso – come spesso accade in Italia – è stata promulgata all’indomani dei gravi disastri che colpirono la Campania nel 1998.
Il PAI, approvato con decreto del Presidente della Regione Sardegna del 10/07/2006, n. 67 è troppo spesso associato ai vincoli di in edificabilità in aree a rischio idraulico e a rischio frana, entrambi di grande interesse sotto il profilo della pianificazione di protezione civile. Il PAI è, in effetti, visto e percepito – anche dagli addetti ai lavori – come uno strumento che più che disciplinare l’uso del territorio, ne ingessa le possibilità di sviluppo; sarà perché nelle aree a elevato rischio idraulico (individuate nella cartografia come Ri4) e ad elevato rischio frana (individuate nella cartografia come Rg4) sono sostanzialmente vietati quasi tutti gli interventi, cosicché si ha la sensazione che il Piano detti altri vincoli e non favorisca lo sviluppo di un territorio, ma anzi lo strozzi, lo sottometta ad una perpetua agonia, ad una situazione di anossia.
Ma è innegabile il fatto che proprio grazie ai vincoli non è stato possibile realizzare nuove lottizzazioni, strutture ed impianti in aree a elevato rischio idraulico o di frana, a tutela dell’incolumità dei cittadini che altrimenti, anche a loro insaputa, avrebbero acquistato case in porzioni di territorio dove esondazioni e rischio di crolli avrebbero potuto – come peraltro ha dimostrato l’alluvione del 22 ottobre 2008 a Capoterra – mettere a rischio la loro e l’altrui sicurezza, oltre che quella dell’ambiente.


In effetti, nelle aree di pericolosità idraulica e di pericolosità da frana il PAI ha le finalità di garantire adeguati livelli di sicurezza di fronte al verificarsi di eventi idrogeologici (precipitazioni intense, movimenti franosi) e tutelare quindi le attività umane, i beni economici ed il patrimonio ambientale e culturale esposti a potenziali danni.
È innegabile, poi, che il PAI ha costituito le condizioni di base per avviare le azioni di riqualificazione degli ambienti fluviali e di riqualificazione naturalistica o strutturale dei versanti in dissesto e in procinto di diventarlo, spesso a causa di interventi non certo ambientalmente compatibili, anche stabilendo disposizioni generali per il controllo della pericolosità idrogeologica diffusa in aree non perimetrate direttamente dal piano; problema, quest’ultimo, che richiede uno sforzo (di tempo, in termini di risorse umane, di capacità pianificatoria e ovviamente di denaro) notevole ma non più differibile nel tempo da parte delle pubbliche amministrazioni (Regione, Province e soprattutto Comuni).
Il PAI, dalla data della sua approvazione ha in effetti evitato l’instaurarsi di nuove situazioni di rischio attraverso prescrizioni finalizzate a prevenire effetti negativi di attività antropiche sull’equilibrio idrogeologico dato, rendendo compatibili gli usi attuali o programmati del territorio e delle risorse ambientali con le situazioni di pericolosità idraulica e da frana individuate dal piano stesso.
Inoltre, come è già capitato di dover sottolineare dalle pagine della Gazzetta, il PAI ha offerto alla pianificazione regionale di protezione civile le informazioni necessarie sulle condizioni di rischio esistenti, che andranno anche utilizzate per la predisposizione del Piano Provinciale di Protezione Civile e per i Piani Comunali di Protezione Civile per il rischio idraulico (esondazioni e allagamenti) e di frana.
Sono quindi contenuti nel PAI, al fine di dare forma e sostanza alle prerogative più sopra sinteticamente richiamate: l’individuazione e la delimitazione cartografica delle aree con pericolosità idraulica e delle aree con pericolosità da frana molto elevata, elevata, media e moderata (carte della pericolosità H); la rilevazione degli insediamenti, dei beni, degli interessi e dei beni esposti (carte degli esposti, E); la definizione della vulnerabilità degli elementi esposti nelle aree pericolose (carte della vulnerabilità V); l’individuazione e la delimitazione delle aree a rischio idraulico e a rischio da frana molto elevato, elevato, medio e moderato (carte del rischio R).
Il PAI ha valore di piano territoriale di settore ed ha come finalità la salvaguardia di persone, beni ed attività dai pericoli e dai rischi idrogeologici; esso, pertanto, prevale sui piani e programmi di settore di livello regionale, provinciale e comunale.
I Comuni hanno infatti l’obbligo di provvedere a riportare alla scala grafica della strumentazione urbanistica vigente i perimetri delle aree a rischio idraulico R4 (molto elevata), R3 (elevata), R2 (media) e delle aree pericolose H4, H3, H2 e ad adeguare contestualmente le norme dello strumento urbanistico. Qualora in sede di traslazione delle indicazioni del PAI sugli strumenti urbanistici esistenti vengano evidenziati, attraverso analisi di maggiore dettaglio ovvero accertamenti tecnici condotti in sede locale, situazioni indefinite o per le quali si renda necessaria una definizione di scala non presente negli elaborati del PAI (la cui cartografia è stata redatta alla scala 1:10.000), i Comuni debbono acquisire apposito parere da parte dell’Autorità idraulica competente per Provincia che, nel rendere il parere, valuterà se la richiesta si configuri una variante al PAI oppure no. Inoltre, in sede di redazione e/o di adeguamento dei Piani Urbanistici Comunali (PUC) e degli altri strumenti urbanistici, le Amministrazioni interessate debbono introdurre nelle norme dello strumento urbanistico le limitazioni d’uso prescritte dal PAI per gli ambiti a pericolosità idraulica o da frana ed effettuare la verifica della programmazione urbanistica con le condizioni di dissesto idrogeologico presenti o potenziali evidenziati dal PAI e da studi compiuti da professionisti (ingegneri ambientali, idrogeologi, ecc.) da esse incaricati.
Infine, ma non meno importante, I Comuni sono tenuti:
1. ad inserire nei certificati di destinazione urbanistica riguardanti i terreni ricadenti all’interno delle aree con pericolosità idraulica e di frana l’esistenza delle limitazioni edificatorie prescritte dal PAI per le stesse aree;
2. in sede di rilascio di concessione edilizia per le opere ricadenti nelle aree perimetrate dal PAI il soggetto attuatore è tenuto a sottoscrivere un atto liberatorio che escluda ogni responsabilità dell’amministrazione pubblica in ordine ad eventuali futuri danni a cose o persone comunque derivanti dal dissesto segnalato.
Quest’ultimo punto è piuttosto discutibile, giacché si ha la sensazione che tutte le responsabilità in caso di disastro colposo ricadano solo o soprattutto sul soggetto attuatore, ovverosia, nel caso di costruzione di opere in aree a rischio idraulico o di frana, sul costruttore piuttosto che sul soggetto con obblighi di vigilanza e controllo, primo fra tutti l’Amministrazione comunale con i servizi tecnici.
I vincoli posti dal PAI a carico di soggetti pubblici e privati rispondono all’interesse pubblico generale di salvaguardia dai pericoli e dai rischi idraulici e geomorfologici, non hanno contenuto espropriativo e non comportano corresponsione di indennizzi e per quanto più sopra detto, sembra proprio che essi abbiano, laddove le norme sono state applicate alla lettera, impedito un peggiore dissesto idrogeologico del territorio regionale sardo e ridotto i rischi per la popolazione civile, oltre che l’aver costituito un patrimonio di conoscenze utile per l’approntamento dei piani comunali di protezione civile, purtroppo ancora pochi e mal redatti, con la conseguenza che spesso essi non costituiscono strumenti per gestire le emergenze di protezione civile ma sono solo pezzi di carta ben rilegati la cui efficacia è tutta da dimostrare.

Andrea Alessandro MUNTONI

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