frane

Alluvione 2013 in Sardegna. Il fallimento della macchina organizzativa

Non si possono né si vogliono trarre conclusioni circa le responsabilità personali (penali e civili) delle morti, dei dispersi e dei feriti e comunque dei senza tetto conseguenti all’alluvione del 2013 in Sardegna e in particolar modo nel Campidano, nel Nuorese e in Gallura; tuttavia si possono fare le seguenti osservazioni e riflessioni di carattere generale:

  1. l’assenza di un PIANO REGIONALE di protezione civile ha contribuito a far sì che quasi nessun comune dell’Isola ne abbia uno “vero” applicabile in caso di emergenza di protezione civile;
  2. l’assenza di un PIANO PROVINCIALE di protezione civile che contempli tutti i rischi per la popolazione, gli animali e le cose è indispensabile per poter gestire emergenze sovracomunali; l’unico piano provinciale organico e completo (rischio idraulico, rischio frane, rischio incendi, rischio nucleare, rischio industriale, ecc.) è quello della Provincia di Olbia Tempio, che a suo tempo lo affidò, mediante pubblica gara d’appalto, a un’associazione temporanea di professionisti e imprese esperti in materia di protezione civile. Piano, quest’ultimo, predisposto tra il 2007 e il 2009, che parrebbe – visti i risultati dell’evento meteorico avverso di novembre 2013 – essere stato dimenticato in qualche cassetto anziché essere stato pubblicamente presentato e trasmesso ai comuni della Provincia di Olbia Tempio;
  3. l’assenza, a Capoterra (2008) come altrove (2013), del PIANO COMUNALE  di protezione civile continua tuttora a legittimare l’idea che alluvioni e frane – ma non solo – siano eventi calamitosi eccezionali e che la loro presunta fatalità possa avere come conseguenza morti e feriti, distruzione di infrastrutture, beni storico – culturali, edifici civili e industriali; tra i piani comunali di protezione civile per il rischio idraulico e per il rischio incendio di interfaccia si segnalano, per completezza e reale possibilità d’uso, quelli del Comune di Selargius (CA), approntati dagli uffici comunali in collaborazione con un gruppo di lavoro composto a professionisti di provata competenza ed esperienza;
  4. il Piano di Assetto Idrogeologico regionale è carente, lacunoso e fuorviante, soprattutto per quanto riguarda la valutazione del rischio di protezione civile; ad ogni modo il piano di assetto idrogeologico non va in alcun modo confuso col piano di protezione civile, sia esso regionale, provinciale o comunale;
  5. il dissesto idrogeologico dell’Isola di Sardegna ha raggiunto, oramai, livelli intollerabili: cementificazione degli alvei, realizzazione di opere d’arte (ponti) sottodimensionati, ostruzione degli alvei da parte di discariche abusive, realizzazione di strade in aree a elevata franosità, mancata pulizia degli alvei dalla vegetazione, propensione a costruire laddove è quasi certo che potrebbe verificarsi un evento alluvionale;
  6. il piano di protezione civile regionale si rivolge a province e comuni e altri soggetti (CFVA, EF, Prefetture, Consorzi di bonifica, ecc.); il piano di protezione civile provinciale si rivolge ai comuni; il piano di protezione civile comunale si rivolge alle persone e non serve per definire aree a rischio ma procedure e istruzioni per la gestione delle emergenze. L’assenza del piano di protezione civile regionale e/o di quello provinciale non legittimano né giustificano alcun Sindaco, nella sua qualità di massima autorità di protezione civile, a rimandare o non provvedere affatto alla predisposizione del piano per ciascuno dei rischi presenti nel proprio territorio comunale o presumibili sulla base di studi e condizioni locali noti;
  7. la gestione operativa del piano di protezione civile comunale è prerogativa di un ben coordinato gruppo di persone, non necessariamente assunte dal Comune ma, anzi, prese a prestito dalla società civile, così come raccomandato dalle direttive nazionali,  regionali e come sempre più spesso si raccomanda nel corso di convegni e seminari sulla protezione civile;
  8. il principio di sussidiarietà, soprattutto in tempi di crisi, consente di sopperire alla mancanza di mezzi e persone;
  9. i piani di protezione civile vanno aggiornati, modificati e integrati ogni anno;
  10. le emergenze di protezione civile riguardano TUTTI (prima, durante e dopo).

Andrea Alessandro Muntoni (www.andreaalessandro.muntoni.it)

 

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Frane e falesie. Monitorare l’urgenza per somministrare palliativi o per garantire sicurezza?

PREMESSA

Quanto accaduto qualche tempo fa lungo la costa di San Vero Milis, con il crollo e la perdita quasi totale della torre costiera a Scal ‘e Sali (Scau ‘e Sai), offre molti spunti di riflessione a chi si interessa di difesa del suolo, di prevenzione e di riduzione del dissesto idrogeologico in Sardegna.

L’OGGETTO DELL’ATTENZIONE

Il 22 Agosto 2012 il processo di retrocessione per frana della falesia di Scau ‘e Sai nel territorio di San Vero Milis, oltre a provocare la distruzione di buona parte della Torre costiera omonima, ha posto in evidenza  ribadendole, le seguenti questioni:

Questioni di ordine generale

  1. Le falesie della Sardegna sono soggette a frane.
  2. Gran parte di tali frane sono processi attivi e quiescenti, in funzione, soprattutto delle caratteristiche geolitologiche e morfologiche.
  3. Gran parte di tali processi si presentano come crolli, come crolli e ribaltamenti o, al più come articolazioni di questi e altri movimenti in sequenza spazio-temporale e quindi, come frane complesse.
  4. Le frane costiere hanno sovente magnitudo non trascurabili (>10mc), specie se confrontate con quelle in ambito collinare e possono essere rischiose per la pubblica e privata incolumità.
  5. Date le tipologie, le velocità di tali fenomenologie sono molto elevate e tali, dunque, da rendere vana e persino controproducente qualunque operazione destinata al monitoraggio, cioè al controllo della cinematica (si controlla per prevedere ciò che è controllabile non ciò che non lo è, ma soprattutto si controlla per prevenire e per trovare soluzioni, non per impiegare il tempo in base al fatto che tanto il monitoraggio non fa male).
  6. Le frane costiere rispondono a fattori predisponenti chiaramente individuabili; meno facili da definire sono quelli innescanti (vale anche per il caso di Scau ‘e Sai). Tuttavia se una falesia costituisce fronte attivo di frana, l’individuazione dell’innesco ha certamente valore statistico, rappresenta un di più cognitivo ma è poco utile pragmaticamente;
  7. Le frane costiere, ad ogni modo, non si attivano (o non si generano) soltanto con le piogge intense (fattore comune alle frane di ambiente montano e collinare) in quanto possono entrare in gioco altri fattori di indebolimento legati alle particolari esposizioni all’ambiente marino.
  8. Le frane costiere non si attivano (o non si generano) solo in occasione di mareggiate violente.
  9. Le frane costiere, quando sono note, sono fenomeni sottovalutati, ancorché noti (figurarsi quando noti non sono!).
  10. La sottovalutazione della franosità delle falesie da parte delle autorità pubbliche,  può riverberarsi sulla pubblica e privata incolumità in quanto concorre ad amplificare lo stato di non conoscenza e di sottovalutazione sia da parte dei privati cittadini che delle stesse autorità locali.
  11. Le frane costiere costituiscono quasi sempre una incontrovertibile rappresentazione del fisiologico stato di arretramento costiero, anche senza le consuete invocazioni catastrofiste del “global warming”.
  12. Esse in ogni caso, mettono a rischio beni culturali, beni economici e incolumità delle persone in termini assai più severi di altri fenomeni che più convenzionalmente ma con assai meno certezza, si richiamano all’arretramento costiero.

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