gestione rifiuti

SISTRI. Adesione su base volontaria (di A. A. MUNTONI)

In alternativa al sistema di tracciabilità dei rifiuti basato sulla regolare compilazione e tenuta dei formulari di identificazione dei rifiuti (FIR) e dei registri di carico e scarico (RCS), possono aderire su base volontaria al sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’articolo 188-bis, comma 2, lett. a) del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i.:

a) le imprese e gli enti produttori di rifiuti speciali non pericolosi di cui all’articolo 184, comma 3, lettere c) (leggi rifiuti da lavorazioni industriali), d) (leggi rifiuti da lavorazioni artigianali) e g) (leggi rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti, i fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi) che non hanno più di 10 (dieci) dipendenti;

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Controllo della tracciabilità dei rifiuti (di A. A. MUNTONI)

FIR (Fonte: SIAC A. A. MUNTONI & Partners)

FIR (Fonte: SIAC A. A. MUNTONI & Partners)

In attuazione di quanto stabilito all’articolo 177, comma 4, del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i., la tracciabilità dei rifiuti deve essere garantita dalla loro produzione sino alla loro destinazione finale (impianto di recupero o di smaltimento) e la responsabilità – anche penale, personale e/o amministrativa – della tracciabilità ricade, in primis, in capo al produttore iniziale e al detentore.

A tale fine, ai sensi e per gli effetti di quanto previsto all’articolo 188-bis del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. (inserito dall’art. 16 del D.Lgs. 03/12/2010 n. 205), la gestione dei rifiuti deve avvenire secondo uno – almeno – dei seguenti “sistemi”:

a) nel rispetto degli obblighi istituiti attraverso il sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’articolo 14-bis del decreto-legge 1° luglio 2009, n.78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, e al DM 17/12/2009;

b) nel rispetto degli obblighi relativi alla tenuta dei registri di carico e scarico (RCS) nonché del formulario di identificazione dei rifiuti (FIR) di cui, rispettivamente, agli articoli 190 e 193 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i.

Il soggetto che aderisce al sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) NON è tenuto – ma ciò non significa che sia vietato farlo – ad adempiere agli obblighi relativi alla tenuta dei registri di carico e scarico di cui all’articolo 190 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i., nonché dei formulari di identificazione dei rifiuti di cui all’articolo 193 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i.

Durante il trasporto effettuato da enti o imprese i rifiuti sono accompagnati dalla copia cartacea della scheda di movimentazione del SISTRI; essa sostituisce, di fatto, la copia cartacea del FIR, che è prodotta in quattro copie; la prima di esse rimane al produttore/detentore; la seconda rimane al trasportatore; la terza rimane all’impianto di smaltimento o recupero cui i rifiuti sono stati conferiti; la quarta ritorna al produttore per il tramite del trasportatore entro 3 mesi dalla data di inizio del trasporto.

Il registro cronologico e le schede di movimentazione del SISTRI sono resi disponibili all’autorità di controllo in qualsiasi momento ne faccia richiesta e sono conservate in formato elettronico da parte del soggetto obbligato per almeno tre anni dalla rispettiva data di registrazione o di movimentazione dei rifiuti, ad eccezione dei quelli relativi alle operazioni di smaltimento dei rifiuti in discarica, che devono essere conservati a tempo indeterminato ed al termine dell’attività devono essere consegnati all’autorità che ha rilasciato l’autorizzazione. Per gli impianti di discarica, fermo restando quanto disposto dal D.Lgs. 13/01/2003, n. 36, il registro cronologico deve essere conservato fino al termine della fase di gestione post operativa della discarica.

Andrea Alessandro MUNTONI

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Gestione dei rifiuti. Responsabilità personali e di enti e società.

Gestione dei rifiuti.

L’art. 188 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. (Norme in materia ambientale) prevede espressamente che il produttore iniziale di rifiuti (urbani o speciali, non pericolosi o pericolosi) o un qualsivoglia altro detentore di rifiuti (leggi: soggetto che detiene a qualsiasi titolo i rifiuti, compreso il produttore degli stessi) provveda direttamente al loro trattamento (previa autorizzazione), oppure li consegni ad un intermediario (generalmente senza obbligo e possibilità di detenzione), ad un commerciante, ad un ente o a un’impresa che effettui le operazioni di trattamento dei rifiuti o ad un soggetto pubblico o privato addetto alla raccolta dei rifiuti, in conformità agli articoli 177 e 179 del succitato D.Lgs. 152/2006.

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SISTRI. Una nuova partenza

Un anno fa circa, il SISTRI rivelava all’intera nazione la sua incapacità di essere messo in opera e con la legge del 7 Agosto 2012 n. 134 il Ministero dell’Ambiente, allora presieduto dal Ministro Clini fu sospeso fino e non oltre il 30 Giugno 2013.

Con il decreto Ministeriale del 30 Marzo 2013 però il SISTRI è stato riesumato, a seguito della relazione conclusiva della commissione parlamentare che ha decretato:

“ Le numerose inchieste che la Commissione ha avuto modo di effettuare hanno dimostrato, senza ombra di dubbio, l’assoluta inadeguatezza della normativa attualmente vigente a fronteggiare traffici imponenti di rifiuti che, ormai, non coinvolgono solo le diverse regioni italiane ma che hanno assunto la connotazione della transnazionalità.
In un certo senso, l’approfondimento sul SISTRI nasce proprio dall’assoluta presa di consapevolezza che nessun serio ed efficace sistema normativo di contrasto alla criminalità ambientale può prescindere da un sistema di tracciabilità dei rifiuti idoneo a seguirne il percorso e, quindi, idoneo a consentire controlli puntuali, effettuabili in tempo reale.
Il sistema attuale di tracciamento dei rifiuti si può considerare 
tamquam non esset, tanto agevole ne risulta l’elusione da parte degli operatori del settore….(omissis)…

     Di una cosa bisogna prendere atto: non creare un sistema di tracciabilità dei rifiuti significa condannare l’Italia a diventare una sorta di Paese del terzo mondo, ove, in assenza di regole efficaci, chiunque può utilizzare a proprio piacimento il territorio nella consapevolezza dell’impunità. 
I disastri ambientali ad oggi accertati in Italia sono innumerevoli e, sebbene in taluni casi siano cessate le condotte inquinanti, tuttavia, gli effetti dannosi per l’ambiente non solo permangono ma si prevede che si amplificheranno con il passare degli anni, per una serie di effetti a catena inarrestabili.
Il quadro, così come delineato, è, nella sua drammaticità, talmente nitido, da non consentire ulteriori «se e ma» da parte di chi ha il compito di individuare e dettare le regole del settore. Qualunque inerzia o anche scarsa attività propositiva in merito non potrà essere giustificata. Chi, rivestendo ruoli istituzionali e disponendo dei necessari mezzi e competenze, non si attiverà in questo senso, porterà su di sé la responsabilità per i danni, talvolta incalcolabili, all’ambiente, alla salute e all’economia di questo Paese.”

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Codice CER. Assegnazione ai rifiuti: semplice alchimia o metodo standardizzato?

Quando un materiale viene identificato come un rifiuto, dovrà essere caratterizzato e classificato con un adeguato codice CER che lo identifichi in maniera univoca.

Se questa è la regola, la pratica molto spesso si concretizza nell’applicazione del ragionamento inverso, e si parte dal presupposto che se un rifiuto è incluso nell’immenso elenco dei codici CER allora esso sia un rifiuto. Così ovviamente non è e mai si deve dimenticare una delle definizioni principali che il D.Lgs 152/2006 ci fornisce per poter identificare un rifiuto. E’ infatti riportato all’art. 183 la seguente definizione:

Rifiuto: “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o abbia l’obbligo di disfarsi.”

E questa è la definizione di produttore del rifiuto, anch’essa importante come definizione ma molto spesso dimenticata o mal interpretata:

Produttore: “Il soggetto la cui attività produce rifiuti (produttore iniziale) o chiunque effettui operazioni di pretrattamento, di miscelazione o altre operazioni che hanno modificato la natura della composizione di detti rifiuti”

Non saranno mai troppe le volte in cui si tenterà di ricordare ai produttori di rifiuti (altra fantastica figura mitologica non bene identificata) che un rifiuto è tale quando risponde alla definizione normativa citata. Nel momento in cui un materiale assume la connotazione di rifiuto, si innescano tutti quei processi, descritti nella parte IV del Testo Unico Ambientale, ai quali bisogna adempiere per una corretta gestione dei rifiuti.

Il primo passo da compiere è rappresentato da  una analisi analitica del rifiuto. Ciò ci permetterà di comprendere meglio con quale tipologia di rifiuto abbiamo a che fare, di che materiale è composto, da quali processi è generato, se è pericoloso o meno.

Per poter affrontare questa analisi e giungere all’assegnazione del codice CER è necessario sapere come è composto un codice CER.

Essenzialmente è un codice di 3 coppie di cifre  che identifica nell’ordine:

–          Classe

–          Sottoclasse

–          Categoria

L’elenco dei codici CER, suddiviso in 20 classi o famiglie, dovrebbe essere periodicamente revisionato dal Parlamento Europeo per adeguarsi ai nuovi materiali immessi sul mercato ed alle specifiche esigenze che il mercato può aver espresso nel corso degli anni. Il condizionale è ovviamente d’obbligo in quanto non è insolito imbattersi in casi in cui l’assegnazione del codice CER ad un rifiuto si avvicina più a pratiche esoteriche che non a metodologie standardizzate.

Ne discende da ciò che non è sempre semplice ed immediata l’assegnazione di un codice CER al rifiuto senza averne ripensamenti o dubbi. In realtà così non dovrebbe essere. Infatti lo stesso D.Lgs. 152/2006 riporta, nelle premesse dell’allegato D riporta delle istruzioni che dovrebbero aiutare l’audace classificatore nell’assegnare il corretto codice CER al proprio rifiuto.

Prima di riportare i passaggi essenziali che la norma dedica alla classificazione di un rifiuto, è importante ricordare che è sul produttore del rifiuto che le responsabilità di tale classificazione ricadono e egli non può in alcun modo delegare arbitrariamente a trasportatori o impianti di trattamento tale incombenza. Molto spesso capita che questi soggetti, importantissimi e con le loro responsabilità nella filiera di gestione del rifiuto, si dedichino anche a dare questo tipo di supporto ai propri clienti, ma è anche vero che non sono rari i casi in cui ognuno tira acqua al proprio mulino, e nello specifico verso i codici CER autorizzati nelle proprie autorizzazioni. (questo è un altro parametro che molto spesso si intromette nella corretta classificazione del rifiuto)

Premesso ciò, e ricordato anche che un rifiuto si classifica in funzione del processo produttivo che lo ha generato, ovvero delle lavorazioni sui materiali al cui termine è stato generato il rifiuto in questione, riportiamo le istruzioni che il legislatore ha avuto premura di redigere per il lettore.

I diversi tipi di rifiuto inclusi nell’elenco sono definito specificatamente mediante un codice a sei cifre per ogni singolo rifiuti e i corrispondenti codici a quatto e a due cifre per  i rispettivi capitoli. Di conseguenza per identificare un rifiuti nell’elenco occorre procedere come segue:

Identificare la fonte che genera il rifiuto (ossia il processo produttivo che lo ha generato) consultando i titoli dei capitoli da 01 a 12 o da 17 a 20 per risalire al codice a sei cifre riferito al rifiuto in questione, ad eccezione dei codici dei suddetti capitoli che terminano con le cifre 99. E’ possibile che un determinato impianto o stabilimento debba classificare le proprie attività riferendosi a capitoli diversi.

Per esempio un fabbricante di automobili può reperire i rifiuti che produce sia nel capitolo 12 (rifiuti dalla lavorazione dal trattamento superficiale dei metalli) che nel capitolo 11 (rifiuti inorganici contenenti metalli provenienti da trattamento e ricopertura di metalli) o ancora nel capitolo 08 (rifiuti da uso di rivestimenti), in funzione delle varie fasi della produzione.

Se nessuno dei codici dei capitoli da 01 a 12 o da 17 a 20 si presta per la classificazione di un determinato rifiuti, occorre esaminare i capitoli 13, 14,15 per identificare il codice corretto.

Se nessuno di questi codici risulta adeguato, occorre definire il rifiuto utilizzato i codici di cui al capitolo 16.

Se un determinato rifiuto non è classificabile neppure mediante i codici del capitolo 16, occorre utilizzare il codice 99 (rifiuti non altrimenti specificati) precede tuo dalle cifre del capitolo che corrisponde all’attività identificata.

Come si può osservare, il legislatore ha fornito quelle che possono essere considerate delle linee guida importantissime nell’assegnazione del codice CER di un rifiuto. Cionondimeno non sono rari i casi l’assegnazione di un codice CER ad un rifiuto diventa difficoltosa se non ricca di dubbi. Generalmente ciò accade quando non si ha ben chiaro il processo di produzione, si è in presenza di un nuovo materiale, pur seguendo la metodologia indicata dalla norma sembra che la classificazione poco collimi con quello che ci si aspettava.

Infine ci sono rifiuti che se classificati secondo le istruzioni sopra riportate, rischiano di non essere più gestibili perché nessuno impianto ha tale codice in autorizzazione.

Un esempio su tutti è il codice CER terminante con la desinenza 99. Ad oggi molti impianti, e moltissimi trasportatori, non sono dotati di tali codici, e si rischia quindi che per adempiere ad un obbligo di legge ed essere ligi, non si riesca poi ad effettuare il trasporto. Da ciò ne discendono tutte le astruse ed a volte fantasiose classificazioni di rifiuti che per questioni di praticità ed economicità finiscono con il distorcere completamente il codice assegnato. Ancora, ma non meno importante è la classificazione variabile in funzione del tecnico che se ne occupa. Anche questa rappresenta una situazione di indecisione che mina la sicurezza del produttore.

Tutto ciò sta a significare che nonostante ci sia una norma che in linea teorica fornisce tutti i presupposti affinché venga seguita dal produttore di rifiuti, nella pratica diventa a volte inapplicabile perché non si ha un riscontro nelle autorizzazioni del trasportatore o dell’impianto di destinazione, o addirittura diventa antieconomico gestire il rifiuto in quella maniera.

Si verifica pertanto un processo inverso di quello che la norma auspica, ossia si parte dal verificare quali codici CER l’impianto ed il trasportatore sono autorizzati a gestire per poi farli collimare in qualche modo con i rifiuti che devono essere smaltiti.

Inutile dire che questa prassi non solo è errata ma espone il produttore anche al rischio di sanzioni.

Cosa fare quindi?

La prassi per una corretta classificazione del rifiuto è ovviamente quella proposta dalla normativa, avendo cura anche di guardarsi intorno per verificare sul mercato quali siano gli operatori autorizzati che possono fornire un servizio di qualità ad un costo ragionevole, senza fermarsi al primo ostacolo.

Ripercorriamo quindi brevemente i passaggi da seguire per poter assegnare il codice CER ad un rifiuto appena prodotto:

1)     Individuare la fonte che ha generato il rifiuto, ovvero le operazioni che hanno condotto alla sua produzione. Questo è il primo passo per poter identificare le prime due cifre del codice CER che chiameremo XX. Queste due cifre rappresentano uno dei capitoli da 1 a 20 da scegliere secondo la procedura descritta in precedenza dalla normativa ambientale

2)     Individuare la specifica fase di lavorazione che conduce all’originarsi del rifiuto. Questa operazione ci fornisce le altre due cifre del codice CER che chiameremo YY. A questo punto il nostro rifiuto ha assunto un codice CER del tipo XX.YY

3)     L’ultimo passaggio riveste un ruolo importantissimo in quanto ci permette di dare l’ultimo connotato al nostro rifiuto. E’ richiesta la caratterizzazione del rifiuto andando così ad individuare le ultime due cifre della classificazione ossia ZZ.

Il rifiuto viene così infine classificato con un codice CER del tipo XX.YY.ZZ che lo identifica in maniera univoca.

E’ finita qui? Ovviamente no. Al rifiuto deve ancora essere data la connotazione dello stato fisico.

Questo parametro permette, al gestore del rifiuto si sapere con che consistenza del rifiuto dovrà lavorare. Infatti la norma prevede che vi siano 4 stati fisici:

1)     Solido pulverulento

2)     Solido non pulverulento

3)     Fangoso palabile

4)     Liquido

Il rifiuto è ora classificato correttamente ed è possibile cercare l’operatore che sia in grado di gestirlo secondo le norme di legge.

I codici CER asteriscati

Una nota a parte, ma di non meno importanza rivestono quei codici CER che riportano un asterisco. L’asterisco sta ad indicare che il rifiuto in questione è pericoloso, ossia contiene delle sostanze le cui concentrazioni superano le soglie minime imposte dalla normativa ambientale.

L’attribuzione della pericolosità o meno del rifiuto, avviene nella terza fase, ossia nella caratterizzazione del rifiuto che generalmente dovrebbe essere effettuata attraverso delle analisi chimiche presso laboratori accreditati o attraverso un’analisi merceologica, laddove possibile ovviamente.

L’analisi merceologica, delle schede tecniche di sicurezza delle materie prime, o di varie fonti di letteratura è una strada che si può percorrere laddove il rifiuto sia stato generato senza che la materia prima sia entrata in contatto con altre sostanza. Venendo meno il pericolo di contaminazione o di miscelazione delle sostanze contenute, non vi è il rischio che vi sia una introduzione di sostanze pericolose o di un incremento delle concentrazioni delle sostanze chimiche già presenti.

L’analisi delle schede tecniche di sicurezza, perde una buona parte della sua utilità quando nel processo che ha generato il rifiuto le materie prime sono entrate in contatto tra di loro miscelandosi dando origine così a reazioni chimiche che possono aver dato origine ad un rifiuto pericoloso quando all’origine e separatamente le materie prime non lo erano. In tal caso è preferibile propendere per delle analisi chimiche che diano la certezza della pericolosità o meno del rifiuto che deve essere gestito.

La pratica

E’ chiaro che non tutti i rifiuti devono essere trattati come potenzialmente dannosi per l’Uomo e per l’Ambiente, ed è altrettanto chiaro che non tutti i rifiuti possono essere considerati semplicemente come non pericolosi o non contenenti alcuna sostanza che possa essere dannosa per l’ambiente. La strada da percorrere è quella di pianificare una analisi oculata del proprio ciclo produttivo, impostare un sistema di gestione che garantisca al produttore ad ogni passaggio la massima correttezza e trasparenza nelle operazioni di gestione dei rifiuti.

Partire da un’analisi dei processi di produzione, della materie prime impiegate, dei rifiuti che generalmente vengono prodotti e devono essere smaltiti è sicuramente un buon primo passo con il quale cominciare.

Individuare quei rifiuti che certamente non possono essere stati contaminati come ad esempio gli imballaggi in cartone con i quali la merce era imballata, o quei rifiuti che dalle schede tecniche risultano inequivocabilmente non pericolosi è una delle azioni che permettono di identificare rapidamente quali saranno i rifiuti che dovranno essere sottoposti ad analisi chimiche ottenendo nell’immediato una analisi merceologica dei rifiuti ed un risparmio economico.

Le analisi chimiche costano? Certamente hanno un costo che influisce sul budget aziendale. D’altro canto è anche vero che il costo è da sostenere una sola volta l’anno o alla variazione del processo produttivo, e che se si identificano a monte  quali sono i parametri chimico – fisici che devono essere ricercati per la corretta classificazione del rifiuto, il costo si abbassa notevolmente.

Conclusioni

Come ben si sa, adottare una gestione virtuosa dei rifiuti non è semplice ma richiede impegno, preparazione, e risorse economiche. Così come si prevede annualmente un budget per la sicurezza sul lavoro è bene che gli imprenditori inizino a pensare alla necessità di riservare un budget per la corretta gestione dei propri rifiuti. Tale budget non è da intendersi come uno sperpero di denaro ma bensì come un investimento in quanto se i rifiuti sono gestiti in adempimento alle normative ambientali, in trasparenza, e nell’ottica del rispetto della salute dei lavoratori e dell’ambiente sicuramente daranno un ritorno economico nel futuro, anche immediato con una minore esposizione al rischio di sanzioni, un maggior controllo sulle spese di smaltimento e di selezione degli operatori del settore dai quali rifornirsi per i servizi di gestione rifiuti, minor incidenza del rischio per i lavoratori.

Pur comprendendo l’innata abitudine ( per pigrizia o mancata conoscenza del settore) dei produttori di rifiuti, di  affidarsi ciecamente ai trasportatori ed agli impianti di trattamento, per la gestione dei propri rifiuti, è importante che egli sia sempre vigile sulle operazioni che vengono svolte, sulla classificazione, e tutto ciò che concerne la filiera del rifiuto poiché le responsabilità ricadono sempre sul produttore prima che sugli altri operatori.

Considerate quindi le responsabilità e le pene applicabili, la scrupolosità che il produttore deve adottare nella classificazione dei propri rifiuti deve essere elevata, ciò anche in funzione del fatto che, ed il legislatore in primis lo ipotizza, solo il produttore/imprenditore può conoscere i processi che hanno originato quel rifiuto e quali sostanze sono entrate in contatto tra di loro per dare origine al rifiuto.

Ing. la Forgia Vito (Ambiente & Rifiuti – Consulenza Ambientale e per la Gestione dei rifiuti, www.ambienterifiuti.wordpress.com)

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Il costo per la gestione dei rifiuti in Sardegna. Meccanismi di premialità e penalità

Gestione dei rifiuti in Sardegna

Premessa

A Cagliari, nell’ambito della SETTIMANA EUROPEA PER LA RIDUZIONE DEI RIFIUTI (17 – 25 novembre) si è svolta la manifestazione denominata “NE ABBIAMO LE DISCARICHE PIENE!”, promossa dall’associazione culturale QEDORA di Cagliari.

Presso il Centro culturale “Il Lazzaretto” di Cagliari, il giorno dell’inaugurazione della rassegna si è svolto il SEMINARIO “Il costo dei rifiuti. Cittadino informato cittadino salvato!”, a cui hanno partecipato, fra gli altri, Vincenzo Tiana (Presidente di Legambiente Sardegna), Gianni Agnesa (FORMEZ) e Roberto Spanu (Movimento Decrescita Felice), nonché l’Autore del presente articolo, i cui contenuti sono ispirati all’intervento “Il Costo Dei Rifiuti”.

Princìpi ispiratori dei sistemi di gestione integrata dei rifiuti

Cos’è un RIFIUTO e come viene definito nella legislazione comunitaria e in particolare nel Decreto Legislativo n. 152 del 03/04/2006, recante “Norme in materia ambientale”?

Un rifiuto è <<qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o abbia l’obbligo di disfarsi>> ed intorno a questa apparentemente semplice definizione ruotano tutte le disposizioni e norme tecniche applicabili alla materia e i contenziosi da dirimersi in Tribunale, quando non addirittura presso il TAR e il Consiglio di Stato.

La gestione dei rifiuti costituisce attività di pubblico interesse – anche se talvolta sembrerebbe non esserlo, a causa del fatto che molte Amministrazioni pubbliche pendono e dipendono dalle Imprese esecutrici dei servizi in appalto – e dovrebbe assicurare un’elevata protezione dell’ambiente. I rifiuti, infatti, dovrebbero essere recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e, in particolare:

a)     senza determinare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo, nonché per la fauna e la flora;

b)     senza causare inconvenienti da rumori o odori;

c)      senza danneggiare il paesaggio e i siti di particolare interesse, tutelati in base alla normativa vigente.

La gestione integrata dei rifiuti dovrebbe essere effettuata conformemente ai princìpi di precauzione, princìpi di prevenzione, proporzionalità, responsabilizzazione e cooperazione e con il contributo attivo di tutti i soggetti coinvolti nella produzione, nella distribuzione, nell’utilizzo e nella consumazione di beni e sostanze da cui originano i rifiuti.

La gestione dei rifiuti dovrebbe essere effettuata nel rispetto dei princìpi dell’ordinamento nazionale e comunitario, con particolare riferimento al principio secondo cui “CHI INQUINA PAGA”.

La gestione integrata dei rifiuti dovrebbe essere programmata e progettata da professionisti competenti tenendo sempre presenti gli irrinunciabili criteri di efficacia, efficienza, economicità e trasparenza che devono essere assicurati nell’ambito del servizio di igiene urbana e raccolta e trasporto dei rifiuti urbani e assimilabili agli urbani.

Ciascuna utenza domestica (UD) produce, di norma, almeno le seguenti frazioni merceologiche di rifiuti: secco indifferenziato; organico (FORSU); carta e cartone; plastica; vetro e barattolame; rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE);  ingombranti; metallo; rifiuti pericolosi e non pericolosi diversi; pile e batterie; medicinali; oli e grassi vegetali.

Ciascuna persona (abitante) produce, mediamente, 1,2 kg di rifiuti al giorno, ovverosia, mediamente, 438 kg di rifiuti all’anno.

Costo di smaltimento dei rifiuti indifferenziati

Se NON si fa la raccolta differenziata – perché non si vuole farla, non si ha interesse a farla, non ci sono le condizioni oggettive per farla – tutti i rifiuti prodotti finiscono negli impianti di termovalorizzazione (impianti per il recupero di energia e nelle discariche.
Il costo di smaltimento dei rifiuti indifferenziati (SECCO RESIDUO) varia da un impianto all’altro, in Sardegna.
Il costo di smaltimento del secco residuo (CER 20 03 01) al termovalorizzatore del TecnoCASIC è pari a 138,98 €/t mentre il costo di smaltimento presso l’impianto di valorizzazione del secco residuo di Carbonia, in Loc. Sa Terredda, è pari – a seguito dell’apertura della nuova discarica di Iglesias, in loc. Is Candiazzus – a 155,68 €; costo, quest’ultimo, che sino al 22 novembre 2012 ammontava a 196,16 €/t a causa di alcune diseconomie di sistema – finalmente risolte – imputabili alle scelte e alle linee di indirizzo generali del piano regionale di gestione dei rifiuti. Vi sono, pertanto, cittadini che pagano di più e altri che pagano meno lo smaltimento di ciascun chilogrammo di rifiuti, a seconda dell’area geografica di appartenenza, creando, di fatto, vantaggi per gli uni e svantaggi per gli altri e rendendo discutibile il criterio del confronto a coppie per valutare le performance di un Comune rispetto all’altro sulla base del criterio dei costi sostenuti annualmente.

Quanto costerebbe, annualmente, alla collettività, lo smaltimento di tutti i rifiuti (indifferenziati) prodotti dai cittadini residenti in un Comune di 1000 abitanti se NON si facesse la raccolta differenziata? Costerebbe la ragguardevole cifra di 60.873,24 € per anno!

Ma cos’è, ex lege, la Raccolta differenziata dei rifiuti? La RACCOLTA DIFFERENZIATA dei rifiuti urbani e assimilabili agli urbani è la <<la raccolta in cui un flusso di rifiuti è tenuto separato in base al tipo ed alla natura dei rifiuti al fine di facilitarne il trattamento specifico>>, ai fini del recupero, del riuso e del riciclo.

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