VAS

Proposta per la prevenzione del rischio di esposizione della popolazione al Radon

Problematica

Il radon (Rn) è un elemento chimico presente in natura sotto forma di gas; il suo isotopo radioattivo Rn-222, che deriva dal decadimento radioattivo dell’uranio (U-238), è presente nel suolo e nelle rocce (tufi, rocce intrusive granitiche, rocce effusive vulcaniche) ed è disciolto nelle acque, soprattutto termali. L’Associazione Internazionale per la Ricerca sul Cancro ha inserito il radon tra gli agenti cancerogeni; il radon è, infatti, la principale causa di tumore al polmone per non fumatori e la seconda causa di cancro ai polmoni per i fumatori.

Monitoraggio di Rn nelle scuole. Cortesia: RADON FREE Radiation Monitoring

Monitoraggio di Rn nelle scuole. Cortesia: RADON FREE Radiation Monitoring

Nel 1990 l’Unione Europea ha emanato una specifica raccomandazione, che prevede i seguenti valori limite di concentrazione del gas radon nell’aria: 400 Bq/m3 (leggi 400 Becquerel per metro cubo) per gli edifici costruiti prima del 1990 e 200 Bq/m3 per gli edifici costruiti dopo tale data. Il valore limite di soglia raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) è invece pari a 100 Bq/m3.

Proposta

Premesso che il gas radioattivo radon può essere rilevato mediante opportuni strumenti al fine di verificare se nell’ambiente considerato l’attività radioattiva sia compatibile con la raccomandazione europea, con la raccomandazione WHO e con il D.Lgs. 230/1995, che fissa pari a 400 Bq m-3 il valore limite di azione e pari a 500 Bq m-3 il valore limite di esposizione per i lavoratori, occorrerebbe:     Continua a leggere

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Utilizzo di terre e rocce da scavo secondo le previsioni del D.M. 10 agosto 2012, n. 161

Di recente è stato pubblicato il D.M. 10 agosto 2012, n. 161 avente per oggetto “Regolamento recante la disciplina dell’utilizzazione delle terre e rocce da scavo“.

Nel presente articolo si dà una risposta ai principali e più frequenti quesiti posti al SIAC A. A. MUNTONI da Soggetti pubblici e privati che intendono a breve avvalersi delle nuove disposizioni di legge per la gestione integrata di terre e rocce da scavo.

Qual’è l’autorità competente alla quale va presentato il piano di utilizzo di cui all’art 5 del D.M. 10 agosto 2012, n. 161?

L’autorità competente, così come previsto dall’art. 1, comma 1, lettera f) del D.M 10 agosto 2012, n. 161 è l’autorità che autorizza la realizzazione dell’opera. Nel caso di interventi che non prevedono la loro assoggettabilità alle procedure di VIA (Regione e Ministero), VAS (Ministero, Regione o Provincia) o AIA (Provincia), l’Autorità competente può anche coincidere con il Comune nel cui territorio ricadono gli interventi di scavo da cui si originano le terre e rocce da scavo, restando inteso che il loro utilizzo avviene presso siti per i quali sono già stati progettati e autorizzati i relativi interventi.

La stessa lettera f) di cui sopra, prevede che <<nel caso di opere soggette a valutazione (di impatto, nda) ambientale o ad autorizzazione integrata ambientale (AIA, nda), l’autorità competente è definita dall’articolo 5, comma 1, lettera p), del decreto legislativo n. 152 del 2006 così come modificata dall’art. 2 D.Lgs. 29.06.2010, n. 128>>. L’art. 5, c. 1, lett. p), del D.Lgs. 152/2006 prevede che l’autorità competente sia “la pubblica amministrazione cui compete l’adozione del provvedimento di verifica di assoggettabilità (con riferimento a interventi o lavori che potrebbero essere assoggettati alla procedura di VIA, nda), l’elaborazione del parere motivato, nel caso di valutazione di piani e programmi (con riferimento alla VAS, nda), e l’adozione dei provvedimenti conclusivi in materia di VIA (nel caso di interventi assoggettati ex lege alla Valutazione di Impatto Ambientale, nda), nel caso di progetti ovvero il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale, nel caso di impianti”.

Il Proponente che presenta il piano di utilizzo può essere individuato nell’impresa che deve eseguire i lavori di scavo?

Secondo l’art. 1 lettera q) del D.M 10 agosto 2012, n. 161 il proponente è il soggetto che presenta il Piano di Utilizzo.

Nel D.M. di cui sopra, non vi sono previsioni che escludano la possibilità che il proponente sia l’impresa che deve eseguire i lavori di scavo; ne consegue che il soggetto cui compete l’onere di presentare il piano di utilizzo è l’Impresa appaltatrice dei lavori. Nel caso dei lavori pubblici, tale circostanza si realizza unicamente dopo l’avvenuta aggiudicazione della gara e comunque prima dell’inizio dei relativi lavori.

Può essere presentato un piano di utilizzo che preveda siti di destinazione differenti?

Da quanto riportato nel D.M. 10 agosto 2012, n. 161 si evince che è possibile presentare un piano di utilizzo che preveda siti di destinazione o di utilizzo differenti da quello in cui si originano le terre e rocce da scavo.

Infatti, secondo l’art. 4, comma 1, lettera b) del D.M 10 agosto 2012, n. 161, “il materiale da scavo è utilizzato, in conformità al Piano di Utilizzo:

1) nel corso dell’esecuzione della stessa opera, nel quale (il materiale, nda) è stato generato, o di un’opera diversa, per la realizzazione di rinterri, riempimenti, rimodellazioni, rilevati, ripascimenti, interventi a mare, miglioramenti fondiari o viari oppure altre forme di ripristini e miglioramenti ambientali;

2) in processi produttivi, in sostituzione di materiali di cava”.

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Analisi SWOT per la Valutazione Ambientale Strategica di piani e programmi

Valutazione Ambientale Strategica. Analisi SWOT

Premessa

L’analisi SWOT, è un efficace strumento di pianificazione strategica utilizzata per valutare i punti di forza (Strengths), i punti di debolezza (Weaknesses), le opportunità (Opportunities) e le minacce (Threats) di un intervento pianificatorio di ampio respiro.

L’analisi SWOT può essere utilizzata per la predisposizione di strumenti di gestione, organizzazione e promozione del territorio comunale come il Piano Urbanistico Comunale (PUC) e il Piano di Utilizzazione del Litorale (PUL)[1].

L’analisi SWOT deve essere approfondita mano a mano che si delinea l’architettura del piano (o dei piani) con l’obiettivo ultimo di prendere una “decisione” che può cambiare nel corso dei vari step di progettazione e revisione delle bozze di Piano prima della sua emissione, presentazione e adozione.

Perché l’analisi SWOT sia efficace, è necessario avere sin dall’inizio dell’attività pianificatoria ben chiaro sia a livello tecnico che politico quale sia l’obiettivo generale da raggiungere, ovverosia quale sia il più adeguato e ambientalmente compatibile scenario da tratteggiare per il breve e medio periodo; gli studi di settore, le proposte politiche e gli approfondimenti conoscitivi delle diverse categorie ambientali (aria, acqua, suolo, sottosuolo, popolazione, ecc.) debbono consentire di cambiare direzione e talora la prospettiva e l’approccio alla soluzione del <<problema pianificatorio>>.

L’analisi SWOT, più in generale, può riguardare l’ambiente interno o esterno di un’organizzazione.

Valutazione Ambientale Strategica. Generalità sui fattori endogeni ed esogeni

Nell’ambito del Rapporto ambientale richiesto dalla Valutazione Ambientale Strategica (VAS) per piani e programmi, l’analisi SWOT deve essere effettuata per tenere conto dei fattori endogeni (punti di forza e punti di debolezza) nonché dei fattori esogeni (opportunità e minacce) del territorio e del sistema Ente[2].

L’analisi SWOT deve essere effettuata per tutte le categorie ambientali considerate; laddove necessario ciascuna categoria ambientale può essere suddivisa in sottocategorie, ovverosia in settori o indicatori di interesse pertinenti con la data categoria considerata, al fine di affinare la valutazione laddove si ritenga che il dato aspetto possa costituire un interessante elemento di valutazione e analisi critica per addivenire a una più ponderata decisione per un dato aspetto pianificatorio.

In tal senso si tiene a precisare che l’analisi tende naturalmente ad evolvere nel tempo, consentendo al soggetto tecnico – politico (avente l’onere di predisporre il piano o programma) di prendere decisioni ponderate facendo leva sui punti di forza del territorio minimizzando le debolezze di sistema, sfruttando al massimo le opportunità e cercando di adottare misure per proteggere l’ambiente e la comunità dalle prevedibili minacce (esogene).

Per ciascuna categoria ambientale possono essere descritti, in forma matriciale semplice, i punti di forza (risorse di cui la geografia del territorio – lato sensu – e il “sistema Ente” è dotato e che è già in grado o sarà in grado di utilizzare al meglio per raggiungere gli obiettivi perseguibili mediante gli strumenti di pianificazione (compresi i piani e programmi approvati ed attivi) i punti di debolezza (limiti interni del territorio e del “sistema” che ostacolano il raggiungimento degli obiettivi attesi) le opportunità (situazioni favorevoli nel “contesto esterno” al sistema, come ad esempio i piani sovraordinati, che favoriscono la strategia delineata nel piano) e le minacce (situazioni sfavorevoli nel contesto esterno al sistema che potenzialmente ostacolano la strategia e gli obiettivi tratteggiati nel piano).

Figura – Matrice SWOT dei fattori endogeni ed esogeni

Fattori endogeni

Punti di forza

(Strengths)

Punti di debolezza

(Weaknesses)

Fattori esogeni

Opportunità

(Opportunities)

(Minacce)

Threats

 

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Linee guida per la predisposizione dei P.U.L. (piani di utilizzo dei litorali) con finalità turistico ricreativa.

Piani di utilizzo dei litorali. Linee guida per la predisposizione

PREMESSA

Il Demanio Marittimo della Sardegna è il tema che ancora una volta pongo all’attenzione in questa nota, redatta nell’interesse degli iscritti, anche di quelli meno dediti a questioni di geologia marittima , poiché rimango convinto dell’ampia possibilità di crescita di spazi professionali in questo campo. Approfitto ancora una volta dell’occasione cognitiva e di approfondimento che ho tratto da un recente lavoro professionale che ha comportato la necessità di formulare osservazioni e controdeduzioni all’adozione di un P.U.L. di un comune della Sardegna nord orientale.

INTRODUZIONE

Le criticità che si constatavano nello studio di tale P.U.L., del quale ho potuto apprezzare, peraltro, non pochi elementi concettuali e metodologici posti alla sua base, era a mio avviso da imputare soprattutto a quanto esso ereditava direttamente o indirettamente dalle Linee Guida per la predisposizione dei P.U.L. (Piani di Utilizzo dei Litorali) con finalità turistico ricreativa, altrimenti dette Direttive regionali. Queste purtroppo, a fronte di taluni ulteriori progressi rispetto alle passate versioni (si vedano a tale riguardo miei precedenti interventi sul medesimo tema) e al di là di certe apparenze, forniscono ancora ai professionisti incaricati un quadro di riferimento di imbarazzante debolezza e superficialità tecnica. Esse pertanto, potendosi esporre a interpretazioni equivoche, applicazioni discrezionali o soggettive, finanche strumentali, non aiutano ad affrontare compiutamente la questione dell’uso dei litorali sardi, tanto meno nel modo in cui, peraltro, nelle stesse Linee Guida si declama (cfr. Art.17).
Le scelte operative dei P.U.L. si configurano al momento e si andranno a configurare prossimamente, per le ragioni suddette, come soluzioni derivanti da un’impostazione, quella delle Direttive appunto, che non può affatto dirsi esente, per ora, di una discreta numerosità e gamma di banalizzazioni, insufficienze tecniche e cognitive, di contraddizioni intrinseche e, soprattutto di una sostanziale decontestualizzazione dei contenuti esposti rispetto alle reali condizioni dei siti. Cosa questa che ostacola ulteriormente qualsivoglia tentativo di approccio sistemico ed integrato ai temi del Demanio Marittimo, quindi il Management stesso dei litorali.
Questo stato di cose deriva dal fatto che la L. R. 25 Novembre 2004, n. 8 (“Piano Paesaggistico Regionale”), pur nella sua modernità di vedute, non ha comportato nella realtà l’esigenza specifica né la realizzazione di un Piano Regionale della Costa, articolato in studi, indagini e appropriati rilievi mirati delle dinamiche geomorfologiche, delle caratteristiche meteo-marine e in proposte (prescrizioni comprese) per le progettazioni delle opere d’ingegneria costiera. E’ infatti ragionevole ammettere che in ambito demaniale marittimo, alla luce della chiara eterogeneità fisica, ambientale, geolitologica, geomorfologica e paesaggistica del territorio costiero regionale, non sia possibile addivenire ad una disciplina delle attività e degli interventi che sia capace di coniugare la duplice e spesso conflittuale esigenza di garantire valorizzazione (nel breve, medio e lungo periodo) e integrità del sistema fisico (cioè della risorsa), senza partire dalla puntuale caratterizzazione dello stato di fatto (fisico e non), superando quindi l’attuale frammentazione settoriale degli approcci, delle competenze e delle stesse conoscenze.
Com’è facile dimostrare, il necessario livello cognitivo è stato solo assai in parte soddisfatto dall’imponente sforzo di elaborazione profuso per la predisposizione del Piano Paesistico Regionale il quale, tuttavia ha riguardato i soli ambiti emersi, non riconoscendo nei fatti quelli sommersi . Non risulta che sia mai stato elaborato, ad esempio, uno studio delle variazioni della linea di costa e, men che meno, un’analisi dello stato di evoluzione di quella sabbiosa in rapporto al tema della eventuale sua dinamica erosiva stagionale e strutturale e della sua salvaguardia .
Per altri versi è nota anche la non esistenza fino ad oggi di un Piano di Difesa dei Litorali , come stralcio del Piano di Assetto Idrogeologico che possa finanziare opportuni interventi atti a contrastare particolari condizioni di dissesto (in genere per deformazione da arretramento di coste sabbiose) . Parimenti, ai fini della sicurezza non si è mai provveduto, nelle spiagge interessate alla pubblica fruizione, sia in presenza che in assenza delle concessioni, alla definizione delle condizioni del frangimento dell’onda in funzione del moto ondoso e della condizione morfodinamica (né, mi risulta che funzionari preposti al rilascio delle concessioni, in passato, si siano mai posti il problema). A mio avviso, quindi, le Direttive risentono in modo consistente di questo deficit di conoscenza che, d’altra parte, sul Demanio Marittimo, io considero al momento complessivamente ancora piuttosto sommaria, rispetto alle problematiche che su di esso si presentano. Ciò, quindi, dà luogo ad un approccio amministrativo e tecnico persistentemente semplicistico e assai insoddisfacente a garantirne il corretto utilizzo per le finalità turistico-ricreative, in un’ottica realmente sostenibile e di duratura valorizzazione.
Queste circostanze mi spingono a rappresentare questo quadro di debolezza del documento regionale attraverso una sintesi delle più rilevanti criticità permanenti che a mio avviso, emergono dall’analisi del testo elaborato dalla R.A.S. e approvato con Delibera N. 25/42 del 1.7.2010 (i). A tale scopo mi avvarrò di tematiche ed argomenti che investono o possono investire direttamente ed indirettamente la sfera delle competenze geologiche o, come, mio malgrado, sempre più spesso si dice, geo-ambientali.

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IL DISSESTO IDROGEOLOGICO DELLA RADA DI ALGHERO. Un esempio di insostenibilità del management costiero (*)

INTRODUZIONE

Le ragioni dell’attuale stato di dissesto strutturale del litorale sabbioso di Alghero non possono essere ricercate solo nell’evoluzione dei processi naturali. Esse sono infatti da ricondurre soprattutto alla sostanziale incapacità di adottare nel tempo una strategia sostenibile di management costiero. Più precisamente la responsabilità sta nel non aver assunto decisioni pianificatorie e tali da garantire, sul medio e sul lungo periodo, la conservazione dell’assetto fisico della spiaggia, cioè le configurazioni naturali derivanti dagli “equilibri” geosedimentologici, morfodinamici ed idraulici, di per sé in evoluzione naturale (e come tali, sarebbe meglio definirli una volta per tutte squilibri piuttosto che equilibri dinamici) verso una lenta retrocessione costiera del litorale sabbioso, a meno di prevalenti apporti detritici dai sistemi idrografici. In sostanza, quantunque mai ufficialmente e perentoriamente dichiarato, chi deve oggi essere messa in discussione è la funzionalità ovvero la congruità della stratificazione di tutte le opere realizzate in ambito marittimo all’interno della Rada di Alghero. Dunque ciò che si deve sottoporre a discussione è l’effetto cumulativo nello spazio, differito o immediato nel tempo, di tutte le concessioni autorizzate da almeno 40 anni a questa parte sul Demanio Marittimo. In particolare l’accento va posto sulla localizzazione e sulla estensione di alcune di esse (soprattutto in rapporto all’assetto geomorfologico ed idraulico). In altri termini, ferma restando la naturale responsabilità del moto ondoso, in assenza di significativi recapiti sedimentari dai fiumi, la causa innescante dell’accelerazione dell’arretramento naturale della linea di costa deve ritenersi la sostanziale incongruità delle opere portuali e di buona parte di quelle poste a sua difesa, ideate e progettate per la soluzione di contingenze talora conflittuali piuttosto che in base ad esigenze previdenti ed integrate di lungo corso.

ANALISI STORICA SPEDITIVA

La dinamica di retrocessione costiera che ha interessato la Rada di Alghero negli ultimi trent’anni circa è particolarmente evidente, in termini generali, già facendo ricorso al confronto diacronico delle immagini aeree dagli anni ‘60 ad oggi. Per evidenti ragioni legate alla stagionalità dei regimi anemologici e degli equilibri morfodinamici marittimi naturali, è bene, tuttavia, rifarsi anche ad una moltitudine di controlli visivi a carattere storico. E’ per tale ragione che ho avuto la necessità di ricorrere al personale archivio di riscontri de visu e di informazioni correlate, registrate dal 1980 a oggi. In primo luogo l’analisi suggerisce con una certa chiarezza l’ipotesi di un legame causale fra espansioni delle strutture aggettanti portuali e incremento della deformazione della linea di costa. In secondo luogo, nell’ambito di tale dinamica, è possibile collegare la posa in opera di strutture difensive del litorale allo sviluppo di nuovi dissesti o all’incremento di precedenti in settori limitrofi “scoperti” cioè fatti salvi dalle opere di difesa. Le osservazioni diacroniche ed i riferimenti alla cronologia delle opere portuali documentano, infatti, l’innesco di un’anomala retrocessione costiera proprio a partire dal 1983[1], con spiccata evidenza in corrispondenza del Lido di San Giovanni.

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