Formazione RSPP. Accordo Stato Regioni del 7 luglio 2016

Nella G.U. del 19/08/2016, n. 193 è stato pubblicato l’Accordo Stato – Regioni (ASR) del 07/07/2016 <<finalizzato alla individuazione della durata e dei contenuti minimi dei percorsi formativi per i responsabili e gli addetti dei servizi di prevenzione e protezione, ai sensi dell’articolo 32 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e successive modificazioni (Rep. Atti n. 128/CSR)>>, che detta peraltro nuove disposizioni in materia di formazione dei lavoratori, dirigenti, preposti e sulle modalità di erogazione dei corsi in modalità e-learning, al fine di superare le incertezze applicative in tema di formazione emerse in sede di prima applicazione della pertinente disciplina.

Le ragioni del nuovo ASR è legato al fatto che è stata – giustamente e finalmente – ravvisata la necessità di procedere ad una revisione dell’Accordo Stato – Regioni sancito il 26 gennaio 2006 in quanto non più coerente con il quadro normativo delineato dal D.Lgs. n. 81/2008 e dagli Accordi del 21 dicembre 2011 (ai sensi degli articoli 34 e 37 del D.Lgs. n. 81/2008), dall’Accordo sull’uso delle attrezzature di lavoro ai sensi dell’articolo 73, comma 5, e dal Decreto Interministeriale del 6 marzo 2013, emanato in attuazione dell’articolo 6, comma 8, lettera m-bis), del D.Lgs. n. 81/2008, con il quale sono stati individuati i criteri del formatore; peraltro è stato eliminato qualsiasi riferimento agli enti bilaterali in quanto non contemplati dal D.Lgs. n. 81/2008.

Degno di nota appare il fatto che l’Accordo Stato – Regioni del 07/07/2016 reca nell’allegato III la disciplina relativa al riconoscimento dei crediti formativi in caso di percorsi formativi i cui contenuti si sovrappongano, in tutto o in parte, tra loro; questo dovrebbe evitare ai discenti di dover seguire due volte gli stessi contenuti didattici nell’ambito di due distinti corsi di formazione o aggiornamento progettati per profili diversi (coordinatori per la sicurezza nei cantieri piuttosto che responsabili dei SPP).

L’ASR del 07/07/2016 relativo alla DURATA E CONTENUTI MINIMI DEI PERCORSI FORMATIVI PER RESPONSABILI E ADDETTI DEI SERVIZI DI PREVENZIONE E PROTEZIONE e contenente disposizioni modificative agli Accordi del 21 dicembre 2011 ex art. 34, commi 2 e 3, e 37, comma 2, del D.Lgs. n. 81/2008 e del 22 febbraio 2012 ex art. 73, comma 5, del D.Lgs. n. 81/2008, a parte una breve premessa si compone di cinque allegati (Allegati I – V), che enucleano le anzidette modifiche ai precedenti accordi e le nuove previsioni in materia di formazione adeguate allo stato dell’arte e tenuto conto delle sperimentazioni sinora condotte su alcune tipologie di formazione, prima fra tutte quella in modalità e-learning, che finalmente assume un ruolo centrale e preminente o comunque di grande interesse per le aziende, consentendo a parità di efficacia della formazione di contenere i costi per la formazione stessa.

L’ASR del 07/07/2016 ribadisce quali siano i soggetti formatori che possono erogare i corsi, precisando che le associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori e gli organismi paritetici possono effettuare le attività formative e di aggiornamento direttamente o avvalendosi di strutture formative di loro diretta ed esclusiva emanazione.

L’ASR del 07/07/2016 precisa che i corsi di formazione devono essere tenuti da docenti in possesso dei requisiti previsti dal Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e del Ministro della Salute del 6 marzo 2013, emanato in attuazione dell’articolo 6, comma 8, lettera m-bis), del D.Lgs. n. 81/2008.

Relativamente all’organizzazione dei corsi, il soggetto formatore dovrà, per ciascun corso:

  • indicare il responsabile del progetto formativo (che può essere individuato tra i docenti dello stesso corso)
  • indicare i nominativi dei docenti
  • ammettere un numero massimo di 35 partecipanti ad ogni corso
  • tenere il registro delle presenze
  • verificare la frequenza del 90% delle ore di formazione previste, ai fini dell’ammissione alla verifica dell’apprendimento.

L’ASR del 07/07/2016 descrive nel dettaglio il percorso formativo per responsabili ed addetti dei servizi di prevenzione e protezione; esso è strutturato in tre distinti moduli (A, B e C), come peraltro già previsto da norme e regolamenti precedenti, dei quali vengono indicati – per ciascuno di essi – struttura, obiettivi da raggiungere e contenuti minimi.

II Modulo A costituisce il corso base per lo svolgimento della funzione di RSPP e di ASPP; la sua durata complessiva è di 28 ore, escluse le verifiche di apprendimento finali. Il Modulo A è propedeutico per l’accesso agli altri moduli (B e C) ed è consentito l’utilizzo della modalità e-learning secondo i criteri previsti nell’allegato II dell’Accordo Stato – Regioni del 07/07/2016.

II Modulo B è il corso correlato alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attività lavorative che saranno oggetto di valutazione dei rischi da parte di RSPP e ASPP.
L’articolazione degli argomenti formativi e delle aree tematiche del Modulo B è strutturata prevedendo un Modulo comune a tutti i settori produttivi della durata di 48 ore; è necessario, poi, seguire i moduli formativi specifici – di durata variabile e tanto più grande quanto maggiore è il livello di rischio dell’attività – in base al settore di attività nel quale si deve o si intende operare. Ad ogni modo l’ASR del 7/7/2016 precisa che la durata dei corsi non comprende le verifiche di apprendimento finali. Va peraltro fatto osservare che vi sono quattro settori di attività per i quali occorre un’ulteriore formazione specifica- oltre a quello di 48 ore che è da intendersi esaustivo per tutti i settori produttivi – che varia da 12 a 14 ore: Agricoltura – Pesca (Modulo B-SP1), Cave – Costruzioni (Modulo B-SP2), Sanità residenziale (Modulo B-SP3), Chimico – Petrolchimico (Modulo B-SP4).

II Modulo C è il corso di specializzazione per le sole funzioni di RSPP; la sua durata complessiva è di 24 ore escluse le verifiche di apprendimento finali.

Andrea Alessandro MUNTONI

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Responsabilità amministrativa 231 e appalti pubblici

Premessa

SIACGI_231_2001Il D.Lgs. 08/06/2001, n. 231 recante “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, a norma dell’art. 11 della L. 29/09/2000, n. 300” (G.U. 19/06/2001, n. 140), introduce nel panorama normativo italiano la responsabilità delle Società per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato, che si applicano:

  • agli enti forniti di personalità giuridica;
  • alle società (anche prive di personalità giuridica);
  • alle associazioni (anche prive di personalità giuridica).

Ciascuno di questi soggetti, nel linguaggio corrente, viene identificato come «ORGANIZZAZIONE».

Sanzionabilità delle organizzazioni

Il D.Lgs. 08/06/2001, n. 231 prevede la sanzionabilità dell’Organizzazione solo per i reati presupposto della responsabilità amministrativa per i quali il codice penale o altri provvedimenti legislativi (norme speciali, come ad es. il D.Lgs. 81/2008 per quanto concerne la sicurezza e il D.Lgs. 152/2006 per quanto concerne l’ambiente) prevedano espressamente una sanzione penale a carico di persone (soggetti apicali e loro sottoposti).

Esimenza dalla responsabilità amministrativa

Il Legislatore offre al presunto colpevole del reato  presupposto della responsabilità amministrativa la possibilità di discolparsi dando prova di aver implementato un “efficace” Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo (MOGC 231) e aver attuato idonee misure tecniche, organizzative o procedurali volte ad evitare che il reato stesso si consumasse.

Un MOGC 231 è efficacemente attuato solo se è stato nominato un organismo di vigilanza indipendente, monocratico o collegiale.

Appalti pubblici e benefici per le organizzazioni in possesso di un MOGC 231

Di recente è stato pubblicato il Decreto Legislativo n. 50, del 18/04/2016 recante “Attuazione delle direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE sull’aggiudicazione dei contratti di concessione, sugli appalti pubblici e sulle procedure d’appalto degli enti erogatori nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali, nonché per il riordino della disciplina vigente in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture (S.O.G.U. del 19/04/2016, n. 91).

Sempre più di frequente le Stazioni Appaltanti prevedono, nell’ambito delle gare per lavori, servizi e forniture con l’offerta economicamente più vantaggiosa, una premialità per le Imprese appaltatrici dotate di un MOGC 231 o di sistemi di gestione per la qualità, ambientale, per la sicurezza, etico, ecc.

Le stazioni appaltanti, a norma dell’art. 93 (Garanzie per la partecipazione alla procedura), comma 7, del D.Lgs. 50/2016, nei contratti di servizi e forniture, devono prevedere che l’importo della garanzia e del suo eventuale rinnovo sia ridotto del 30 per cento – non cumulabile con altre riduzioni – previste dal medesimo articolo – per gli operatori economici in possesso – tra gli altri – della attestazione del modello organizzativo, ai sensi del decreto legislativo n. 231/2001 o di certificazione del sistema di gestione a tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori, o di certificazione OHSAS 18001.

Per fruire delle riduzioni l’operatore economico segnala, in sede di offerta, il possesso dei relativi requisiti e lo documenta nei modi prescritti dalle norme vigenti.

Appalti pubblici ed esclusione dalle gare

Per le Organizzazioni in possesso di un MOGC 231 sono previsti, ai sensi del D.Lgs. 50/2016, dei vantaggi relativamente alle garanzie da prestare all’atto della partecipazione alla gara e da mantenere in caso di aggiudicazione.

Le stazioni appaltanti, a norma dell’art. 80 del D.Lgs. 50/2016  devono ad ogni modo tenere presente lo “status” del Concorrente giacché eventuali sanzioni a suo carico irrogate ai sensi del D.Lgs. 231/2001 potrebbero comportare l’esclusione dalla gara.

 

Le stazioni appaltanti, a norma dell’art. 80, comma 5, lettera f), del D.Lgs. 50/2016 devono escludere dalla partecipazione alla procedura d’appalto un operatore economico che si trovi nella seguente situazioni, anche riferita a un suo subappaltatore nei casi di cui all’articolo 105, comma 6, del testé detto decreto: l’operatore economico sia stato soggetto alla sanzione interdittiva di cui all’articolo 9, comma 2, lettera c) del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 o ad altra sanzione che comporta il divieto di contrarre con la pubblica amministrazione, compresi i provvedimenti interdittivi di cui all’articolo 14 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81.

Conclusioni

Il tema della responsabilità amministrativa è rimasto a lungo sepolto e sottovalutato ma con le modifiche al D.Lgs. 231/2001 relative alla sicurezza sul lavoro nel 2007 e 2008, il richiamo alle problematiche ambientali nel 2011 e agli appalti del 2016, è necessario che ciascuna Organizzazione si doti di un efficace MOGC 231 e nomini un Organismo di Vigilanza 231, preferibilmente a composizione collegiale, composto da ingegneri, avvocati, commercialisti e altre figure professionali che oltre a possedere adeguate e consolidate competenze in materia di sicurezza, ambiente, bilancio, ecc. sappiano anche attuare e programmare con indipendenza e in autonomia adeguate attività di vigilanza e controllo sull’efficace attuazione del MOGC 231 per la prevenzione dei reati presupposto.

Andrea Alessandro MUNTONI

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Incentivi per lo  sviluppo di nuove tecnologie per il recupero dei RAEE

RAEE (cortesia SIACGI Muntoni & Partner - Cagliari)

RAEE (cortesia SIACGI Muntoni & Partner – Cagliari)

L’acronimo RAEE è entrato ormai nel nostro linguaggio quotidiano da almeno 3-4 anni grazie alle recenti novità normative che hanno cercato di incrementare il più possibile i tassi di raccolta di questa tipologia di rifiuto che noi tutti produciamo nelle nostre case e nelle nostre imprese.

Ciò di cui però spesso ci si dimentica è che oltre alla raccolta è importante procedere poi al loro recupero. Spesso questa parte della filiera ci è oscura, in alcuni casi ignota ed in altri preferiamo ignorarla lasciando ad altri il compito di occuparsene.

Cosa accade quindi ai RAEE che vengono raccolti e convogliati presso gli impianti di trattamento? In genere questi vengono disassemblati nelle loro componenti principali, vengono asportate le componenti più pericolose e poi il tutto viene avviato ad un trituratore in grado di ridurre ad una pezzatura ridotta ogni singolo RAEE al fine di poterne separare a valle le varie frazioni di materiali come rame, ferro, plastica ecc.; il processo in realtà è molto più complesso ma era necessario semplificare.

Ad oggi questa è la prassi, la normale chiusura del ciclo di recupero dei RAEE. C’è dell’altro? Questo è il solo sistema che abbiamo per trattare i RAEE?

In alcuni casi è possibile estrarre dalle schede elettroniche delle sostanze ad elevato valore economico al fine di poterlo immettere nuovamente sul mercato. Queste sostanze sono ad esempio oro, argento, rame, palladio, terre rare di vario tipo. Tutti questi materiali sono di primaria importanza per la produzione dei nostri dispositivi elettronici.

Di questi materiali e delle tecnologie alla base della loro estrazione dai RAEE ne abbiamo parlato in alcuni articoli presenti sul blog www.ambienterifiuti.wordpress.com.

Cercare di migliorare i processi di recupero di qualsiasi tipologia di rifiuto ha un costo in termini di ricerca, sviluppo, test e implementazione delle soluzioni innovative. Per le imprese italiane, in particolare in questo momento storico, è difficile ed in alcuni casi impossibile, pensare di avviare questi studi.

Fortunatamente, grazie all’introduzione del DM 25 Luglio 2016, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 188 del 12 Agosto 2016, il Ministero dell’Ambiente ha avviato i processi di incentivazione per le imprese coinvolte nella filiera dei RAEE per lo sviluppo di nuove tecnologie per il trattamento dei RAEE.

I contributi economici saranno erogati a favore di soggetti pubblici e privati, singoli o associati, operanti nella filiera di gestione dei RAEE ed istituti universitari e di ricerca.

Gli obiettivi dell’intervento da mettere in atto sono ad esempio:

  1. Massimizzare la quantità di materia recuperabile o riciclabile in uscita dagli impianti di recupero, riciclaggio e trattamento;
  2. Ottimizzare il consumo energetico dei processi di recupero, riciclaggio e trattamento;
  3. Ridurre i tempi ed il numero delle fasi dei processi di recupero, riciclaggio e trattamento;
  4. Ridurre i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Riuscire a massimizzare la quantità di materia recuperabile è importantissimo per poter incrementare il valore in uscita delle varie componenti, ma non solo in quanto ciò permetterebbe di ottenere la massima resa da ogni trattamento.

Ridurre invece il consumo energetico dei vari processi, permetterebbe alle imprese di essere più green ma anche di utilizzare processi più economici il che può avere solo ricadute positive sull’intera filiera. Ed ancora, se riuscissimo a ridurre tutti i tempi di trattamento delle varie fasi di lavorazione avremmo una ottimizzazione dei processi stessi che condurrebbero ad una riduzione di energia impiegata ma anche di risorse economiche investite. Per le imprese ciò potrebbe tradursi in vantaggi economici di non poco conto.

Infine, e forse non meno importante, qualsiasi innovazione tecnologica che sia in grado di ridurre al minimo i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori contribuirebbe a migliorare le condizioni di lavoro degli addetti della filiera ed anche di ridurre i costi legati alla sicurezza ma anche di ridurre le malattie professionali.

Questi incentivi quindi andrebbero sfruttati al massimo per poter potenziare le nostre imprese di trattamento RAEE.

I contributi saranno erogati a seguito di avviso pubblico con il quale saranno definiti i criteri, le modalità e le procedure per l’accesso ai suddetti contributi e le risorse stanziate annualmente dalla Direzione generale per i rifiuti e l’inquinamento del Ministero dell’Ambiente.

I soggetti che possono richiedere i contributi, potranno farlo solo se i loro progetti sono finalizzati all’implementazione tecnologica per il raggiungimento degli obiettivi di recupero minimi già previsti del D.Lgs. 49/2014 e dovranno dimostrare di offrire la migliore soluzione tecnologica sotto i profili:

  • Tecnici
  • Economici
  • Ambientali

Ciò significa doversi impegnare per poter presentare sul mercato delle vere e proprie innovazioni.

E’ bene sottolineare però che i contributi non potranno essere richiesti per le attività preliminari di recupero ossia la cernita ed il deposito dei RAEE.

Nel momento in cui questo articolo viene scritto non sono presenti sul sito del Ministero dell’Ambiente bandi inerenti gli incentivi di cui si parla nel decreto. Dovremo pertanto attendere così da poter analizzare nel dettaglio le misure con le quali questi contributo vengono erogati e dare il via ad un processo di rivoluzione tecnologica dei nostri impianti in Italia.

L’innovazione tecnologica sappiamo bene essere importante in qualunque settore produttivo. Nel campo dei rifiuti assume un’importanza strategica in quanto poter massimizzare il recupero dei rifiuti elettronici ci assicurerebbe una maggior produzione di “MPS” o materie prime seconde ossia materiali da poter introdurre nuovamente nei cicli produttivi.

Come abbiamo più volte già affermato nel corso dei precedenti articoli, è importante poter recuperare quanto più possibile dai rifiuti elettronici e non solo, poiché non potremo estrarre materia prima vergine all’infinito dal nostro pianeta. E se questa è una considerazione puramente ambientale è bene considerare anche quella strettamente economica e che tocca da vicino ognuno di noi.

Sappiamo bene, perché in ogni servizio o articolo sui RAEE lo si ripete, che il ricambio tecnologico dei nostri dispositivi elettronici è elevatissimo. Grazie alla produzione di massa, ed all’accesso a tutte le materie prime necessarie per la produzione di ogni apparecchio, è possibile per noi utenti acquistare a prezzi accessibili tutti i dispositivi di cui abbiamo bisogno nella nostra vita quotidiana. Dal Televisore ultrapiatto, allo smartphone, al tablet, al pc portatile ecc. l’accesso a questi prodotti è garantito dalla presenza sul mercato di ogni singolo componente di cui ci sia bisogno.

Nel momento in cui una delle materie prime dovesse scarseggiare, il costo di produzione si impennerebbe perché l’accesso a quella particolare materia prima è divenuto costoso; di conseguenza anche il prezzo di vendita del prodotto finito sarà più elevato e non tutti potremmo accedervi.  Ciò potrebbe condurre ad un rallentamento anche dell’innovazione tecnologica poiché le imprese produttrici di AEE non avrebbero a disposizione i fondi necessari per poter investire in ricerca e sviluppo.

Questo è un classico scenario che dovrebbe farci riflettere. Oggi siamo in grado di acquistare un automobile ad un prezzo contenuto perché qualcuno anni addietro comprese che la produzione di massa avrebbe abbattuto i costi e perché le materie prime necessarie erano facilmente accessibili. Ciò si tradusse nella possibilità di far avvicinare al mercato dell’auto non solo i soggetti facoltosi ma anche le famiglie. E’ così che nacque il boom economico e successivamente quello tecnologico (chiaramente semplificando moltissimo). Nel momento in cui non potremo accedere alle materie prime di cui abbiamo bisogno, probabilmente potremmo assistere ad una involuzione del fenomeno.

Ecco il motivo per il quale dobbiamo essere in grado di procurarci da ogni RAEE tutte le materie prime estraibili. Oggi siamo in grado di triturare i RAEE e separare le componenti di cui essi sono composti; e se fossimo in grado di farlo spendendo meno energia? E se fossimo in grado di farlo riducendo il numero di fasi di cui l’intero trattamento necessità? E se fossimo in grado di estrarre rapidamente ed a basso costo (economico ed ambientale) le terre rare di cui le schede elettroniche sono composte?

Forse in quel caso potremmo iniziare a pensare che chiudere il ciclo di gestione dei rifiuti elettronici non è poi così lontano come si pensa e potremo fare un ulteriore salto evolutivo nella scala tecnologica.

Ing. Vito la Forgia

v.laforgia@ambiente-rifiuti.com

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Esposizione ai campi elettromagnetici (Decreto Legislativo n. 159/2016)

Premessa

Nella G.U. del  18/08/2016, n. 192 è stato pubblicato il Decreto Legislativo n. 159/2016 del 01/08/2016 recante “Attuazione della direttiva 2013/35/UE sulle disposizioni minime di sicurezza e di salute relative all’esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dagli agenti fisici (campi elettromagnetici, CEM) e che abroga la direttiva 2004/40/CE”.

La norma in parola discende – come quasi tutta la legislazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro – dal recepimento da parte dell’Italia, in quanto Stato membro dell’UE, della direttiva 2013/35/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 sulle disposizioni minime di sicurezza e di salute relative all’esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dagli agenti fisici (campi elettromagnetici) (ventesima direttiva particolare ai sensi dell’articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE); essa abroga la direttiva 2004/40/CE.

In conseguenza dell’entrata in vigore dell’anzidetto D.Lgs. 159/2016 sono apportate innumerevoli modificazioni, alcune delle quali di rilevante importanza e interesse per i Datori di lavoro e i servizi di prevenzione e protezione (SPP), al decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (cosiddetto Testo Unico per la Sicurezza).

Campo di applicazione

Per “campi elettromagnetici” si intendono – ex lege – i campi elettrici statici, i campi magnetici statici e i campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici variabili nel tempo con frequenze sino a 300 GHz.

Il Decreto in parola chiarisce che esso riguarda e determina i requisiti minimi per la protezione dei lavoratori contro i rischi per la salute e la sicurezza derivanti dall’esposizione – durante il lavoro – ai campi elettromagnetici  con frequenze che vanno da 0 Hz a 300 GHz, come definiti dall’articolo 207 del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i.

Effetti biofisici diretti e indiretti

Le disposizioni di cui trattasi riguardano la protezione dai rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori dovuti agli effetti biofisici diretti e agli effetti indiretti noti provocati dai campi elettromagnetici.

Effetti biofisici diretti

Gli “effetti biofisici diretti” sono provocati direttamente nel corpo umano a causa della sua presenza all’interno di un campo elettromagnetico, e comprendono:

1) effetti termici, quali il riscaldamento dei tessuti a causa dell’assorbimento di energia dai campi elettromagnetici nei tessuti medesimi;

2) effetti non termici, quali la stimolazione di muscoli, nervi e organi sensoriali. Tali effetti possono essere di detrimento per la salute mentale e fisica dei lavoratori esposti; inoltre, la stimolazione degli organi sensoriali può comportare sintomi transitori quali vertigini e fosfeni. Tali effetti possono generare disturbi temporanei e influenzare le capacità cognitive o altre funzioni cerebrali o muscolari e possono, pertanto, influire negativamente sulla capacità di un lavoratore di operare in modo sicuro. Verrebbe da pensare – e forse non è prematuro farlo – che gli effetti non termici dovrebbero essere contemplati nell’ambito della valutazione del rischio stress lavoro – correlato (SLC).

3) correnti negli arti.

Effetti biofisici indiretti

Gli “effetti indiretti” sono invece provocati dalla presenza di un oggetto in un campo elettromagnetico, che potrebbe essere causa di un pericolo per la salute e sicurezza, quali:

1) interferenza con attrezzature e dispositivi medici elettronici, compresi stimolatori cardiaci e altri impianti o dispositivi medici portati sul corpo;

2) rischio propulsivo di oggetti ferromagnetici all’interno di campi magnetici statici;

3) innesco di dispositivi elettro-esplosivi (detonatori). Il problema è sempre stato attenzionato – sin dagli anni novanta del XX secolo – da chi fa uso di esplosivi sia in ambito civile che militare, soprattutto dopo l’avvento dei telefoni cellulari (portatili), potenzialmente in grado di innescare correnti nei circuiti (chiusi) di sistemi di brillamento degli esplosivi.

4) incendi ed esplosioni dovuti all’accensione di materiali infiammabili a causa di scintille prodotte da campi indotti, correnti di contatto o scariche elettriche;

5) correnti di contatto.

Valutazione del rischio

Nell’ambito della valutazione dei rischi di cui all’articolo 181 del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i., il datore di lavoro valuta tutti i rischi per i lavoratori derivanti da campi elettromagnetici sul luogo di lavoro e, quando necessario, misura o calcola i livelli dei campi elettromagnetici ai quali sono esposti i lavoratori.

Qualora non sia possibile stabilire con certezza il rispetto dei VLE sulla base di informazioni facilmente accessibili, la valutazione dell’esposizione è effettuata sulla base di misurazioni o calcoli. La valutazione, la misurazione e il calcolo devono essere effettuati tenendo anche conto delle informazioni sull’uso e sulla sicurezza rilasciate dai fabbricanti o dai distributori delle attrezzature, ovvero dei livelli di emissione indicati in conformità alla legislazione europea, ove applicabili alle condizioni di esposizione sul luogo di lavoro o sul luogo di installazione.

Nell’ambito della valutazione del rischio per i lavoratori di cui all’articolo 181 del D.Lgs. 81/2008, il datore di lavoro deve prestare particolare attenzione ai seguenti elementi:

  1. a) la frequenza, il livello, la durata e il tipo di esposizione, inclusa la distribuzione sul corpo del lavoratore e sul volume del luogo di lavoro;
  2. b) i valori limite di esposizione e i valori di azione di cui all’articolo 208 del D.Lgs. 81/2008;
  3. c) effetti biofisici diretti;
  4. d) tutti gli effetti sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori particolarmente sensibili al rischio; eventuali effetti sulla salute e la sicurezza dei lavoratori esposti a rischi particolari, con particolare riferimento a soggetti portatori di dispositivi medici impiantati, attivi o passivi, o dispositivi medici portati sul corpo e le lavoratrici in stato di gravidanza;
  5. e) qualsiasi effetto indiretto di cui all’articolo 207, comma 1, lettera c del D.Lgs. 81/2008);
  6. f) l’esistenza di attrezzature di lavoro alternative progettate per ridurre i livelli di esposizione ai campi elettromagnetici;
  7. g) la disponibilità di azioni di risanamento volte a minimizzare i livelli di esposizione ai campi elettromagnetici;
  8. h) informazioni adeguate raccolte nel corso della sorveglianza sanitaria di cui all’articolo 211 del D.Lgs. 81/2008;
  9. i) informazioni fornite dal fabbricante delle attrezzature;
  10. l) altre informazioni pertinenti relative a salute e sicurezza;
  11. m) sorgenti multiple di esposizione;
  12. n) esposizione simultanea a campi di frequenze diverse.

Grandezze fisiche di riferimento

Per quanto concerne i campi elettrici ambientali o campi elettrici interni (cioè presenti all’interno del corpo (in situ) a seguito dell’esposizione al campo elettrico ambientale), il Legislatore prevede specifici valori di intensità del campo elettrico (E) da non superarsi o da cui far discendere specifiche azioni a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori. L’intensità di campo elettrico (E) è una quantità vettoriale che corrisponde alla forza esercitata su una particella carica indipendentemente dal suo movimento nello spazio; è espressa in volt per metro [V/m].

Analoghe considerazioni e relative tabelle sono date per quanto riguarda l’esposizione dei lavoratori agli effetti dell’induzione magnetica (B0) o per esposizione localizzata degli arti. Per chiarezza si precisa che l’induzione magnetica (B0)  è espressa in termini di valori efficaci (RMS) e la sua unità di misura è il Tesla [T]; è una grandezza vettoriale che determina una forza che agisce sulle cariche in movimento.

L’intensità di campo magnetico (H) è una grandezza vettoriale che, insieme all’induzione magnetica, specifica un campo magnetico in qualunque punto dello spazio. È espressa in ampère per metro [A/m]. Nello spazio libero e nei materiali biologici l’induzione magnetica (B0) e l’intensità del campo magnetico (H) sono intercambiabili in base alla seguente equivalenza:

1 A/m = 1,25 * 10-6 T

cioè, l’intensità di campo magnetico (H) pari a 1 Am-1 dà luogo a una induzione magnetica (B) pari a 4Π 10-7 T (cioè pari a 1,256 microtesla, avendo posto π = 3,1415).

Valori Limite di Esposizione (VLE)

I “Valori Limite di Esposizione (VLE)” sono i valori stabiliti sulla base di considerazioni biofisiche e biologiche, in particolare sulla base degli effetti diretti acuti e a breve termine scientificamente accertati, ossia gli effetti termici e la stimolazione elettrica dei tessuti.

Degno di nota appare il chiarimento circa il fatto che i VALORI LIMITE di ESPOSIZIONE (VLE) riguardano soltanto le relazioni scientificamente accertate tra effetti biofisici diretti a breve termine ed esposizione ai campi elettromagnetici; essi, pertanto, non si riferiscono alla protezione da eventuali effetti a lungo termine e ai rischi risultanti dal contatto con i conduttori in tensione, che dà casomai luogo a elettrocuzione, già disciplinato in altre parti dal D.Lgs. 81/2008 e per la protezione dai quali occorre progettare, installare, esercire e manutenere gli impianti elettrici e di messa a terra secondo le norme CEI applicabili caso per caso.

Il Legislatore, peraltro, distingue fra due tipologie di Valori Limite di Esposizione:

  • VLE relativi agli effetti sensoriali“, cioè al di sopra dei quali i lavoratori potrebbero essere soggetti a disturbi transitori delle percezioni sensoriali e a modifiche minori nelle funzioni cerebrali;
  • VLE relativi agli effetti sanitari“, cioè al di sopra dei quali i lavoratori potrebbero essere soggetti a effetti nocivi per la salute, quali il riscaldamento termico o la stimolazione del tessuto nervoso o muscolare.

I VLE per l’induzione magnetica esterna (B0) per frequenze comprese tra 0 e 1 Hz (cfr. Tabella A1 del D.Lgs. 159/2016), distinti per effetti sensoriali e sanitari, sono i seguenti:

VLE relativi agli effetti sensoriali [T]:

  • Condizioni di lavoro normali: 2 T
  • Esposizione localizzata degli arti: 8 T

VLE relativi agli effetti sanitari [T]:

  • Condizioni di lavoro controllate: 8 T.

I VLE relativi agli effetti sanitari per l’intensità di campo elettrico (E) interno a frequenze comprese tra 1 Hz e 10 MHz (cfr. Tabella A2 del D.Lgs. 159/2016) sono i seguenti essendo f la frequenza espressa in hertz [Hz] e tenendo presente che i VLE relativi agli effetti sanitari per il campo elettrico interno sono riferiti al valore spaziale di picco sull’intero corpo del soggetto esposto:

  • intervallo di frequenza: 1 Hz ≤ f < 3 kHz => VLE di picco relativo agli effetti sanitari = 1,1 [Vm-1 ]
  • intervallo di frequenza: 3 kHz ≤ f ≤ 10 MHz => VLE di picco relativo agli effetti sanitari =3,8 ×10-4 f [Vm-1 ].

I VLE relativi agli effetti sanitari, i VLE relativi agli effetti sensoriali sono riportati nell’allegato XXXVI, parti II e III del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i.

Valori di azione (VA)

I “valori di azione (VA)” sono i livelli operativi stabiliti per semplificare il processo di dimostrazione della conformità ai pertinenti VLE e, ove appropriato, per prendere le opportune misure di protezione o prevenzione, distinguendo tra campi elettrici e campi magnetici.

Si precisa, a riguardo, che per quanto concerne i campi elettrici, per “VA inferiori” e “VA superiori” s’intendono i livelli connessi alle specifiche misure di protezione o prevenzione stabilite nel Decreto e che per quanto riguarda i campi magnetici, per “VA inferiori” s’intendono i valori connessi ai VLE relativi agli effetti sensoriali mentre per “VA superiori” i valori connessi ai VLE relativi agli effetti sanitari.

I VA sono riportati nell’allegato XXXVI, parti II e III del D.Lgs. 81/2008 e s.m.i.

Obblighi del Datore di lavoro

Il datore di lavoro deve assicurare che l’esposizione dei lavoratori ai campi elettromagnetici non superi i VLE relativi agli effetti sanitari e i VLE relativi agli effetti sensoriali di cui all’allegato XXXVI, parte II per gli effetti non termici e di cui all’allegato XXXVI, parte III per gli effetti termici.

Il Legislatore considera che i VLE siano rispettati qualora il datore di lavoro dimostri che i pertinenti VA di cui all’allegato XXXVI, parti II e III, non siano stati superati. Tuttavia, è previsto che nel caso in cui l’esposizione superi i VA, il datore di lavoro adotti misure in conformità dell’articolo 210, comma 1, del D.Lgs. 81/2008 salvo che la valutazione effettuata in conformità dell’articolo 209, comma 1, del D.Lgs. 81/2008 dimostri che non sono superati i pertinenti VLE e che possono essere esclusi rischi per la sicurezza.

A ben vedere le casistiche relative ai possibili superamenti dei VA e/o VLE e conseguenti misure di prevenzione e protezione  sono molte – troppe – e di difficile lettura e interpretazione; il che rende assai ardua un’applicazione chiara e pedissequa della norma in parola anche volendo agire in assoluta buona fede e con le migliori e più sincere intenzioni di tutelare la salute e sicurezza dei lavoratori e, di riflesso, della popolazione. Sin troppe sono persino le deroghe al superamento dei VA e/o VLE, con la formula “ove giustificato dalla pratica o dal processo produttivo”, pur se a precise condizioni, anch’esse generiche e a maglie larghe.

Ad ogni modo l’incertezza di cui sopra è appena compensata dall’obbligo, a carico del Datore di lavoro, di comunica all’organo di vigilanza territorialmente competente il superamento dei valori di azione (VA) e dei valori limite di esposizione (VLE), mediante una relazione tecnico – protezionistica contenente:

  1. a) le motivazioni per cui ai fini della pratica o del processo produttivo è necessario (sic nel Decreto) il superamento temporaneo dei VA inferiori o degli VLE relativi agli effetti sensoriali;
  2. b) il livello di esposizione dei lavoratori e l’entità del superamento;
  3. c) il numero di lavoratori interessati;
  4. d) le tecniche di valutazione utilizzate;
  5. e) le specifiche misure di protezione adottate in conformità all’articolo 210 del D.Lgs. 81/2008;
  6. f) le azioni adottate in caso di sintomi transitori;
  7. g) le informazioni fornite ai lavoratori e ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza sulle situazioni di rischio di cui all’articolo 210-bis, comma 1, lettera b) del D.Lgs. 81/2008.

Andrea Alessandro MUNTONI

 

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Dissesto idrogeologico per effetto della rimozione della posidonia oceanica dalle spiagge

Il presente articolo si interessa del DISSESTO IDROGEOLOGICO – generato e generabile – sul DEMANIO MARITTIMO dalla DEMOLIZIONE e dalla RIMOZIONE DELLA BERMA VEGETALE A RESTI DI POSIDONIA OCEANICA

Si può discutere sul fatto che la berma a resti di Posidonia oceanica svolga un’azione sistematica a beneficio della conservazione delle spiagge sarde. Io, ad esempio non la penso così poiché ritengo che la casistica sotto questo aspetto vari in funzione delle molteplici variabili che governano la morfodinamica delle spiagge. Ma ciò che non si può mettere proprio in dubbio è che in non pochi contesti balneari dell’isola, siano state proprio le decennali reiterazioni della cosiddetta (almeno dopo il 2008) asportazione di Posidonia spiaggiata ad innescare la relativa accentuazione degli effetti retrocessivi della linea di costa, lì riconoscibili. Ciò riscontra l’effetto di un deficit di sedimenti sul bilancio (sedimentario) attivo delle spiagge in questione, soprattutto nel caso in cui queste non siano regolarmente ripasciute né da torrenti ad esse sottesi (per presenza di stagni retrodunari o lagune), né dall’apparato dunare retrostante, a causa di interruzioni dello scambio naturale. Mutuando il termine dalla stessa recente Delibera n.40/13 del 06/07/2016, si tratterebbe dunque di un danno ambientale, soprattutto sulle spiagge a tasca più incassate (valga per tutte, l’esempio di quelle in territorio di Arzachena).

Spiaggia di Punta Negra ad Alghero (cortesia di G. Tilocca, archivio Ingegnere Ambientale)

Spiaggia di Punta Negra ad Alghero, berma di posidonia oceanica (cortesia di G. Tilocca, archivio Ingegnere Ambientale)

In diversi ambiti le pratiche attuate debbono considerarsi del tutto incongrue rispetto alla delicatezza del contesto “naturale”, in quanto del tutto disgiunte da una qualsiasi minima considerazione degli equilibri geomorfologici. Esse sono altresì manifestamente in antitesi con una qualsivoglia possibilità di tutela della spiaggia, nonché di garanzia di conservazione del suo attuale valore economico oltre che di quello paesistico ed ambientale.

Nei termini in cui le vediamo attuate da otto anni a questa parte (si noti, per giunta, che quasi mai i resti prelevati ritornano artificialmente in mare a fine stagione, per “riposizionamento”), esse continuano a determinare l’alterazione dei processi geomorfologici che regolano i compendi e dunque non sono e non possono ritenersi affatto compatibili con questi, in quanto ne compromettono gli assetti, in particolare la loro capacità di autoregolarsi (leggasi: equilibrio geomorfologico) e nel contempo,  il loro valore economico nel medio e nel lungo periodo.

Non di rado ho potuto documentare, inoltre, come talune  spiagge, proprio per specifica collocazione (di recente Cala Sabina, in territorio di Golfo Aranci), siano state sottratte al controllo per quel che attiene la corretta applicazione della Determinazione n.942 del 7 Aprile 2008 (RAS – Assessorato EE. LL. FF. UU., Direzione Generale Enti Locali e Finanze, Servizio Centrale Demanio e Patrimonio) nei riguardi della gestione delle berme vegetali. Ciò purtroppo non fa che confermare quanto già sostenuto dallo scrivente in varie sedi pubbliche e ribadito in note scritte diffuse sul Web. Ammesso e non concesso che in tutte le sedi sia stato regolarmente e sistematicamente attuato il controllo de visu sulla regolarità della sua applicazione, l’attuale “disciplina” della rimozione degli accumuli costieri di Posidonia oceanica, in qualunque modo la si voglia attuare, pur avendo rappresentato in questi anni un tentativo di regolamentazione più organica rispetto al passato, rimane largamente insoddisfacente, in quanto del tutto insufficiente a garantire la conservazione fisica ed economica del Demanio Marittimo coinvolto. Che lo si voglia o no:

  1. essa permane nella sostanza associata a quella della pulizia delle spiagge, a punto tale che spesso laddove non si debba rimuovere la P.o., alla spiaggia non è garantita la pulizia[1];
  2. tutte le sue prescrizioni, ove più ove meno e, soprattutto, tutte le sue applicazioni nella pratica, ove più ove meno, contraddicono la parte dell’art. 2 in cui si stabilisce che In considerazione del fatto che la presenza dei banchi di posidonia spiaggiata fa parte integrante dell’ecosistema costiero e svolge un’azione di protezione delle spiagge dal fenomeno dell’erosione, si ritiene preferibile il mantenimento in loco dei banchi di posidonia ……;
  3. al netto di isolate iniziative attuate nell’ambito delle sole AMP, non è dato riscontrare che le Amministrazioni comunali coinvolte fra le 73 affacciate su Demanio Marittimo ed i corrispettivi titolari di concessioni demaniali, abbiano convincentemente e durevolmente attivato opportune azioni di sensibilizzazione verso gli utenti sull’importanza della posidonia (art. 2 Determinazione 942/2008).

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Responsabilità di soggetti che esercitano, di fatto, compiti e attribuzioni di dirigente o preposto

SIACGI_231_2001Nel presente articolo vengono dati alcuni chiarimenti relativamente alla responsabilità soggettiva penale di soggetti che esercitano, di fatto, compiti e attribuzioni previste in capo a figure ben definite nell’ambito del D.Lgs. 81/2008, essendo la questione di assoluta rilevanza anche con riferimento al D.Lgs. 231/2001 sulla responsabilità amministrativo – penale delle società e degli enti.

Così come previsto nel TITOLO XII – DISPOSIZIONI IN MATERIA PENALE E DI PROCEDURA PENALE del D.Lgs. 81/20018 e s.m.i. e in particolare all’articolo 299 (Esercizio di fatto di poteri direttivi), comma 1, le posizioni di garanzia relative ai soggetti di cui all’articolo 2, comma 1, lettere b) (leggi datore di lavoro), d) (leggi dirigente) ed e) (leggi preposto) del succitato Decreto gravano altresì su colui il quale, pur sprovvisto di regolare investitura, eserciti in concreto i poteri giuridici riferiti a ciascuno dei soggetti ivi definiti.
In altri termini, a meno che l’Organizzazione non voglia lasciare al Giudice o al CTU l’onere di stabilire chi sa il Datore di lavoro e quali eventualmente siano i Dirigenti per la sicurezza e i Preposti, ancorché non dotati di formale delega di funzioni, è sempre opportuno – anche in chiave 231 – individuare nell’ambito societario persone in possesso delle competenze, dell’esperienza, della formazione e delle attitudini (oltre che del potere decisionale e di spesa) cui far ricoprire posizioni di rilievo nell’ambito della piramide della sicurezza; resta peraltro inteso che non esiste alcun automatismo che faccia discendere compiti e relative responsabilità in capo a dirigenti o direttori  di settori amministrativi, commerciali, ecc. soprattutto allorquando gli stessi non svolgono, neppure di fatto, attività che possano avere riflessi sulle questioni e problematiche di sicurezza e salute sul lavoro.

Peraltro è chiaro che il Dirigente di cui all’articolo 2, comma 1, lettera d) del D.Lgs. 81/2008 è la persona che, in ragione delle competenze professionali e di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell’incarico conferitogli, attua le direttive del datore di lavoro organizzando l’attività lavorativa e vigilando su di essa (con riferimento, si intende, alle problematiche di sicurezza).

Si precisa, peraltro, che non v’è l’obbligo di legge di nominare Dirigenti per la sicurezza (coincidenti o meno con figure che già ricoprono posizioni apicali), ancorché si raccomandi vivamente di individuare uno o più preposti per la sicurezza a presidio e garanzia del rispetto delle norme di sicurezza e delle previsioni del DVR o del POS o di altri documenti di sicurezza redatti dalla Societas in ottemperanza alle norme di legge cogenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

A massima tutela e garanzia dell’Organizzazione (in chiave 231) e del Datore di lavoro (in chiave codice penale) è opportuno che ciascuna Organizzazione rifletta a 360 gradi circa l’opportunità e utilità di nomina dei preposti per la sicurezza.

Si raccomanda, infine, di valutare attentamente l’opportunità di implementare e adottare un efficace Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo (MOGC 231) di cui al D.Lgs. 231/2001 con i requisiti (esimenti) di cui all’art. 30 del D.Lgs. 81/2001 e s.m.i. e di nominare un Organismo di Vigilanza 231.

Andrea Alessandro MUNTONI

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