Valutazione di Impatto Ambientale

Valutazione di Impatto Ambientale (VIA): studi di impatto ambientale (SIA); categorie e matrici ambientali

Minieolico. Valutazione di impatto Ambientale sotto i 60 kW

Aerogeneratore (fonte: archivio SIAC A. A. MUNTONI & Partners)

La Corte Costituzionale, con propria sentenza del 12 Luglio 2013, n. 188 (G.U. 17 luglio 2013 n. 29) si è espressa relativamente alla legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 23, della Legge della Regione Autonoma della Sardegna n. 3 del 7 agosto 2009 recante “Disposizioni urgenti nei settori economico e sociale”; la vertenza è stata promossa dal Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) per la Sardegna nel procedimento tra F.P. e il Comune di Sorso (SS), con ordinanza del 4 ottobre 2012, iscritta al n. 297 del registro ordinanze 2012 e pubblicata nella G.U. della Repubblica n. 3, prima serie speciale, dell’anno 2013.

Il TAR Sardegna, infatti, facendo riferimento all’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, aveva sollevato dei dubbi sulla legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 23, della L.R. n. 3/2009 nella parte in cui dispone che gli impianti eolici con potenza complessiva inferiore o uguale a 60 kW sono considerati minieolici e NON sono assoggettati alle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA).

La suddetta Corte ha dato ragione al TAR Sardegna, poiché la L.R. n. 3/2009, consentendo l’installazione di impianti al di sotto delle soglie stabilite anche in mancanza di VIA, si poneva in contrasto con la normativa statale contenuta nel D.Lgs. n. 152/2006 e s.m.i. che prescrive inderogabilmente la procedura di VIA per tutti gli impianti eolici per la produzione di energia elettrica sulla terraferma, nel cui procedimento autorizzativo è prevista la partecipazione obbligatoria del Ministero per i Beni e le Attività culturali , senza quindi prevedere esclusioni per impianti “sotto soglia”.

In definitiva, la Corte Costituzionale, con la sentenza suddetta, ha dichiarato incostituzionale la L.R. n. 3/2009 Regione Sardegna nella parte in cui esclude dall’assoggettabilità a VIA gli impianti eolici di potenza inferiore o uguale a 60 kW.

La suddetta  Corte, avendo già affermato in una precedente sentenza “che l’obbligo di sottoporre qualunque progetto alla procedura di VIA attiene al valore della tutela ambientale”, dichiara che la L.R. n. 3/2009, nel sottrarre alla VIA la tipologia degli impianti “sotto soglia”, è invasiva dell’ambito di esclusiva competenza statale, così come previsto all’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione della Repubblica italiana.

L’illegittimità della Legge Regionale, quindi, deriva soprattutto dal fatto che la materia della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e delle attività culturali è di  competenza legislativa esclusiva dello Stato  e pertanto una Legge Regionale non può porsi in contrasto con essa.

Si precisa, ad ogni buon fine, che nel corso del giudizio e prima della pubblicazione della succitata sentenza da parte della Corte Costituzionale, la Regione Autonoma della Sardegna ha legiferato emanando la Legge n. 25 del 25/12/2012 recante “Disposizioni urgenti in materia di enti locali e settori diversi”). In particolare all’art. 8 (Modifiche agli articoli 5 e 6 della legge regionale n. 3 del 2009) della L. 25/2012 è stato aggiunto un periodo in base al quale “Sia gli impianti inferiori ad 1 MW che quelli inferiori a 60 kW sono sottoposti a procedura di valutazione di impatto ambientale qualora rientranti nella fattispecie di cui all’Allegato 3, lettera c bis), della seconda parte del D.Lgs. 152/2006” e cioè gli impianti rientranti nel caso in cui nel procedimento sia coinvolto il Ministero per i Beni e le Attività culturali.

Di seguito si riporta, per completezza e a vantaggio del lettore, il testo integrale dell’art. 8 della Legge 25/2012:

<< 1. Alla fine del comma 23 dell’articolo 5 della legge regionale 7 agosto 2009, n. 3 (Disposizioni urgenti nei settori economico e sociale), sono aggiunte le seguenti parole: “Sia gli impianti inferiori ad 1 MW che quelli inferiori a 60 kW sono sottoposti a procedura di valutazione di impatto ambientale qualora rientranti nella fattispecie di cui all’allegato 3, lettera c bis), della seconda parte del decreto legislativo n. 152 del 2006, e successive modifiche ed integrazioni.”.

2. Dopo il comma 7 dell’articolo 6 della legge regionale n. 3 del 2009 è introdotto il seguente:

“7 bis. La realizzazione di nuovi impianti eolici o di ampliamenti di impianti esistenti è consentita, oltre la fascia dei 300 metri, anche negli ambiti di paesaggio costieri, purché non ricadenti in beni paesaggistici e ricompresi:

–         all’interno degli agglomerati industriali gestiti dai consorzi industriali provinciali di cui alla tabella A, e delle aree industriali e ZIIR di cui alla tabella B della legge regionale 25 luglio 2008, n. 10 (Riordino delle funzioni in materia di aree industriali), e successive modifiche ed integrazioni, nonché all’interno delle aree circoscritte da una fascia di pertinenza pari a 4 km dal perimetro degli stessi;

–         nelle aree relative a tutti i piani per gli insediamenti produttivi (PIP) del territorio regionale;

–         nelle aree PIP di superficie complessiva superiore ai 20 ettari e la relativa fascia di pertinenza pari a 4 km, computabile anche come aggregazione di singoli PIP contermini;

–         all’interno delle aziende agricole, su strutture appositamente realizzate, nelle aree immediatamente prospicienti le strutture al servizio delle attività produttive, e aventi potenza fino a 200 kW da parte degli imprenditori di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99, e alla legge regionale n. 15 del 2010”>>.

Rimane, pertanto, solo un dubbio relativamente ai procedimenti che prevedano espressamente il coinvolgimento del Ministero per i Beni e le Attività culturali.

Si ribadisce, inoltre, che per impianto deve intendersi l’insieme degli aerogeneratori che sono funzionalmente collegati fra loro e che, a titolo di esempio, due “pale eoliche” da 59,9 kW costituiscono un impianto da poco meno di 120 kW; esso, pertanto, è da considerarsi come un impianto inferiore ad 1 MW.

Resta infine inteso che due aerogeneratori danno luogo, relativamente a talune categorie ambientali, ad effetti cumulativi (per es. rumore combinato) che dovrebbero, a ragione, essere attentamente valutati nell’ambito dello Studio di Impatto Ambientale (SIA) o nell’ambito della procedura di verifica di assoggettabilità di un intervento alla VIA.

Ing. Ugo MATTANA, Dott. Ing. Andrea Alessandro MUNTONI

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IL DISSESTO IDROGEOLOGICO DELLA RADA DI ALGHERO. Un esempio di insostenibilità del management costiero (*)

INTRODUZIONE

Le ragioni dell’attuale stato di dissesto strutturale del litorale sabbioso di Alghero non possono essere ricercate solo nell’evoluzione dei processi naturali. Esse sono infatti da ricondurre soprattutto alla sostanziale incapacità di adottare nel tempo una strategia sostenibile di management costiero. Più precisamente la responsabilità sta nel non aver assunto decisioni pianificatorie e tali da garantire, sul medio e sul lungo periodo, la conservazione dell’assetto fisico della spiaggia, cioè le configurazioni naturali derivanti dagli “equilibri” geosedimentologici, morfodinamici ed idraulici, di per sé in evoluzione naturale (e come tali, sarebbe meglio definirli una volta per tutte squilibri piuttosto che equilibri dinamici) verso una lenta retrocessione costiera del litorale sabbioso, a meno di prevalenti apporti detritici dai sistemi idrografici. In sostanza, quantunque mai ufficialmente e perentoriamente dichiarato, chi deve oggi essere messa in discussione è la funzionalità ovvero la congruità della stratificazione di tutte le opere realizzate in ambito marittimo all’interno della Rada di Alghero. Dunque ciò che si deve sottoporre a discussione è l’effetto cumulativo nello spazio, differito o immediato nel tempo, di tutte le concessioni autorizzate da almeno 40 anni a questa parte sul Demanio Marittimo. In particolare l’accento va posto sulla localizzazione e sulla estensione di alcune di esse (soprattutto in rapporto all’assetto geomorfologico ed idraulico). In altri termini, ferma restando la naturale responsabilità del moto ondoso, in assenza di significativi recapiti sedimentari dai fiumi, la causa innescante dell’accelerazione dell’arretramento naturale della linea di costa deve ritenersi la sostanziale incongruità delle opere portuali e di buona parte di quelle poste a sua difesa, ideate e progettate per la soluzione di contingenze talora conflittuali piuttosto che in base ad esigenze previdenti ed integrate di lungo corso.

ANALISI STORICA SPEDITIVA

La dinamica di retrocessione costiera che ha interessato la Rada di Alghero negli ultimi trent’anni circa è particolarmente evidente, in termini generali, già facendo ricorso al confronto diacronico delle immagini aeree dagli anni ‘60 ad oggi. Per evidenti ragioni legate alla stagionalità dei regimi anemologici e degli equilibri morfodinamici marittimi naturali, è bene, tuttavia, rifarsi anche ad una moltitudine di controlli visivi a carattere storico. E’ per tale ragione che ho avuto la necessità di ricorrere al personale archivio di riscontri de visu e di informazioni correlate, registrate dal 1980 a oggi. In primo luogo l’analisi suggerisce con una certa chiarezza l’ipotesi di un legame causale fra espansioni delle strutture aggettanti portuali e incremento della deformazione della linea di costa. In secondo luogo, nell’ambito di tale dinamica, è possibile collegare la posa in opera di strutture difensive del litorale allo sviluppo di nuovi dissesti o all’incremento di precedenti in settori limitrofi “scoperti” cioè fatti salvi dalle opere di difesa. Le osservazioni diacroniche ed i riferimenti alla cronologia delle opere portuali documentano, infatti, l’innesco di un’anomala retrocessione costiera proprio a partire dal 1983[1], con spiccata evidenza in corrispondenza del Lido di San Giovanni.

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TERRE E ROCCE DA SCAVO. Nuovo “vocabolario” da utilizzare per dare corretta attuazione alle disposizioni regolamentari recate dal D.M. 161/2012

Nella Gazzetta Ufficiale n. 221 del 21 settembre 2012 è stato pubblicato il Decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 10 agosto 2012, n. 161 col quale si emana ed approva il “Regolamento recante la disciplina dell’utilizzazione delle terre e rocce da scavo”.

Il Regolamento che disciplina l’utilizzazione delle terre e rocce da scavo stabilisce, sulla base delle condizioni previste al comma 1, dell’articolo 184-bis del decreto legislativo n. 152 del 2006 e s.m.i., i criteri qualitativi da soddisfare affinché i materiali di scavo, come definiti all’articolo 1, comma 1, lettera b) del D.M. 161/2012, siano considerati sottoprodotti e NON RIFIUTI ai sensi dell’articolo 183, comma 1, lettera qq) del decreto legislativo n. 152 del 2006 e s.m.i.

Ai fini della comprensione del regolamento recato dal D.M. 161/2012 si applicano le definizioni di cui all’articolo 183, comma 1, del D.Lgs. n. 152/2006 e s.m.i., nonché le seguenti:

a. “opera“: il risultato di un insieme di lavori di costruzione, demolizione, recupero, ristrutturazione, restauro, manutenzione, che di per sé esplichi una funzione economica o tecnica ai sensi dell’articolo 3, comma 8, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e successive modificazioni. Si precisa, a riguardo, che il D.Lgs. 163/2006 e s.m.i. è il provvedimento, emanato dal governo, recante “Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE. Il che potrebbe lasciare intendere che la definizione di “opera” e l’uso di questa dizione nel decreto di cui trattasi, possa e debba ragionevolmente essere riferita ai soli lavori pubblici, non trovando perciò applicazione nell’ambito dei lavori fra privati ovvero nell’ambito di interventi che non ricadono nella sfera di influenza del D.Lgs. 163/2006. Il che potrebbe comportare, in definitiva, secondo una restrittiva ma pur sempre possibili lettura del D.M. 161/2012, da parte dei Giudici, a considerare il decreto anzidetto non applicabile ai lavori non pubblici, con le ovvie conseguenze del caso;

b. “materiali da scavo“: il suolo o sottosuolo, con eventuali presenze di riporto, derivanti dalla realizzazione di un’opera quali, a titolo esemplificativo: scavi in genere (sbancamento, fondazioni, trincee, ecc.); perforazione, trivellazione, palificazione, consolidamento, caratterizzazione ambientale, ecc.; opere infrastrutturali in generale (galleria, diga, strada, ecc.); rimozione e livellamento di opere in terra; materiali litoidi in genere e comunque tutte le altre plausibili frazioni granulometriche provenienti da escavazioni effettuate negli alvei, sia dei corpi idrici superficiali che del reticolo idrico scolante, in zone golenali dei corsi d’acqua, spiagge, fondali lacustri e marini; residui di lavorazione di materiali lapidei (marmi, graniti, pietre, ecc.) anche non connessi alla realizzazione di un’opera e non contenenti sostanze pericolose (quali ad esempio flocculanti con acrilamide o poliacrilamide). Il Legislatore precisa, a riguardo, che i materiali da scavo possono contenere, sempreché la composizione media dell’intera massa non presenti concentrazioni di inquinanti superiori ai limiti massimi previsti dal Regolamento, anche i seguenti materiali: calcestruzzo, bentonite, polivinilcloruro (PVC), vetroresina, miscele cementizie e additivi per scavo meccanizzato;

c. “riporto“: orizzonte stratigrafico costituito da una miscela eterogenea di materiali di origine antropica e suolo/sottosuolo come definito nell’allegato 9 del Regolamento;

d. “materiale inerte di origine antropica“: i materiali di cui all’Allegato 9 del Regolamento;

e. “suolo/sottosuolo“: il suolo è la parte più superficiale della crosta terrestre distinguibile, per caratteristiche chimico – fisiche e contenuto di sostanze organiche, dal sottostante sottosuolo;

f. “autorità competente“: è l’autorità che autorizza la realizzazione dell’opera e, nel caso di opere soggette a valutazione (di impatto, nda) ambientale (VIA) o ad autorizzazione integrata ambientale (AIA), è l’autorità competente di cui all’articolo 5, comma 1, lettera p), del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modificazioni;

g. “caratterizzazione ambientale dei materiali di scavo“: attività svolta per accertare la sussistenza dei requisiti di qualità ambientale dei materiali da scavo in conformità a quanto stabilito dagli Allegati 1 e 2 del Regolamento di cui trattasi;

h. “Piano di Utilizzo“: il piano di cui all’articolo 5 del Regolamento di cui trattasi;

i. “ambito territoriale con fondo naturale“: porzione di territorio geograficamente individuabile in cui può essere dimostrato per il suolo/sottosuolo che un valore superiore alle Concentrazioni Soglia di Contaminazione (CSC) di cui alle colonne A e B della tabella 1 dell’allegato 5, alla parte quarta, del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modificazioni sia ascrivibile a fenomeni naturali legati alla specifica pedogenesi del territorio stesso, alle sue caratteristiche litologiche e alle condizioni chimico – fisiche presenti. Le tabelle di cui sopra, per intenderci, sono relative alle attività di caratterizzazione dei siti contaminati da sottoporre a messa in sicurezza di emergenza (MISE) o a bonifica per via della presenza di una o più sostanze ritenute essere pericolose per l’ambiente o la popolazione in forza della loro elevata concentrazione;

l. “sito“: area o porzione di territorio geograficamente definita e determinata, intesa nelle sue componenti ambientali (suolo, sottosuolo e acque sotterranee, ivi incluso l’eventuale riporto) dove avviene lo scavo o l’utilizzo del materiale;

m. “sito di produzione“: uno o più siti perimetrati in cui è generato il materiale da scavo;

n. “sito di destinazione“: il sito, diverso dal sito di produzione, come risultante dal Piano di Utilizzo, in cui il materiale da scavo è utilizzato;

o. “sito di deposito intermedio“: il sito, diverso dal sito di produzione, come risultante dal Piano di Utilizzo di cui alla lettera h) dell’articolo 1 del D.M. 161/2012, in cui il materiale da scavo è temporaneamente depositato in attesa del suo trasferimento al sito di destinazione;

p. “normale pratica industriale“: le operazioni definite ed elencate, in via esemplificativa, nell’Allegato 3 del Regolamento di cui al D.M. 161/2012;

q. “proponente“: il soggetto che presenta il Piano di Utilizzo;

r. “esecutore“: il soggetto che attua il Piano di Utilizzo.

Il nuovo Regolamento è stato emanato al fine di migliorare l’uso delle risorse naturali e prevenire la produzione di rifiuti e stabilisce, inoltre, le procedure e le modalità affinché la gestione e l’utilizzo dei materiali da scavo avvengano senza pericolo per la salute dell’uomo e senza recare pregiudizio all’ambiente.

Dott. Ing. Andrea Alessandro Muntoni

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EROSIONE DELLE COSTE. Gestione della posidonia oceanica con finalità di difesa delle spiagge (*)

La continua evoluzione di alcuni tratti della costa sarda e in particolare il suo arretramento sono di norma determinati da fattori geomorfologici regolati, in primis, dall’apporto di materiale solido (terra, sabbia, ciottoli) da parte di fiumi e torrenti che sfociano a mare; tuttavia alcune opere di difesa degli argini dei fiumi, la realizzazione di briglie lungo i corsi d’acqua, l’intercettazione delle correnti fluviali per la realizzazione di bacini collinari lungo gli alvei, la realizzazione di dighe e l’assurda e sconsiderata cementificazione di immissari ed emissari, ha determinato nel tempo un grave problema a carico delle coste, che hanno visto ridursi sensibilmente le dimensioni delle spiagge a causa del mancato o insufficiente apporto di sabbie e ciottoli dall’entroterra.

Banco di posidonia

Posidonia oceanica. Arcipelago di La Maddalena, Sardegna, Italia

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Tecnico competente in acustica ambientale

La Legge n. 447 del 26 ottobre 1995 recante “legge quadro sull’inquinamento acustico” non ha abrogato il DPCM 01/03/1991 ma l’ha ripreso e approfondito, introducendo il concetto di “livello di emissione sonora” in aggiunta a quello di “livello di immissione sonora”; quest’ultimo decreto, infatti, è stato il primo provvedimento normativo nazionale  in materia di acustica ambientale, volto a stabilire i valori limiti di immissione sonora da non superare nel periodo di riferimento diurno (06:00 – 22:00) e nel periodo di riferimento notturno (22:00 – 06:00). Una recente direttiva comunitaria – non ancora recepita dall’Italia – prevede un terzo periodo di riferimento “pomeridiano”.

La misura e la valutazione del rumore ambientale è prerogativa del “tecnico competente in acustica ambientale“, ovverosia della figura professionale – riconosciuta dalla Regione di appartenenza con apposito provvedimento – idonea all’esecuzione dei rilievi fonometrici e al collaudo e alla valutazione dell’impatto acustico ambientale.

Misura di rumore ambientale mediante fonometro integratore su treppiede

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Livelli differenziali di rumore

Il problema della differenza fra il RUMORE AMBIENTALE – dato dal contributo di tutte le sorgenti sonore attive in un dato periodo di tempo – e il RUMORE RESIDUO – ottenuto escludendo tutte le sorgenti ritenute essere rumorose – è di grande importanza nell’acustica ambientale. La maggior parte delle cause giudiziarie è incentrata sul rispetto o meno dei LIVELLI DIFFERENZIALI DI RUMORE previsti dalla legislazione italiana e strumentalmente rilevabili – esclusivamente – all’interno delle civili abitazioni o comunque all’interno di strutture stabilmente occupate da persone sia a finestre aperte che chiuse.

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