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Dissesto idrogeologico per effetto della rimozione della posidonia oceanica dalle spiagge

Il presente articolo si interessa del DISSESTO IDROGEOLOGICO – generato e generabile – sul DEMANIO MARITTIMO dalla DEMOLIZIONE e dalla RIMOZIONE DELLA BERMA VEGETALE A RESTI DI POSIDONIA OCEANICA

Si può discutere sul fatto che la berma a resti di Posidonia oceanica svolga un’azione sistematica a beneficio della conservazione delle spiagge sarde. Io, ad esempio non la penso così poiché ritengo che la casistica sotto questo aspetto vari in funzione delle molteplici variabili che governano la morfodinamica delle spiagge. Ma ciò che non si può mettere proprio in dubbio è che in non pochi contesti balneari dell’isola, siano state proprio le decennali reiterazioni della cosiddetta (almeno dopo il 2008) asportazione di Posidonia spiaggiata ad innescare la relativa accentuazione degli effetti retrocessivi della linea di costa, lì riconoscibili. Ciò riscontra l’effetto di un deficit di sedimenti sul bilancio (sedimentario) attivo delle spiagge in questione, soprattutto nel caso in cui queste non siano regolarmente ripasciute né da torrenti ad esse sottesi (per presenza di stagni retrodunari o lagune), né dall’apparato dunare retrostante, a causa di interruzioni dello scambio naturale. Mutuando il termine dalla stessa recente Delibera n.40/13 del 06/07/2016, si tratterebbe dunque di un danno ambientale, soprattutto sulle spiagge a tasca più incassate (valga per tutte, l’esempio di quelle in territorio di Arzachena).

Spiaggia di Punta Negra ad Alghero (cortesia di G. Tilocca, archivio Ingegnere Ambientale)

Spiaggia di Punta Negra ad Alghero, berma di posidonia oceanica (cortesia di G. Tilocca, archivio Ingegnere Ambientale)

In diversi ambiti le pratiche attuate debbono considerarsi del tutto incongrue rispetto alla delicatezza del contesto “naturale”, in quanto del tutto disgiunte da una qualsiasi minima considerazione degli equilibri geomorfologici. Esse sono altresì manifestamente in antitesi con una qualsivoglia possibilità di tutela della spiaggia, nonché di garanzia di conservazione del suo attuale valore economico oltre che di quello paesistico ed ambientale.

Nei termini in cui le vediamo attuate da otto anni a questa parte (si noti, per giunta, che quasi mai i resti prelevati ritornano artificialmente in mare a fine stagione, per “riposizionamento”), esse continuano a determinare l’alterazione dei processi geomorfologici che regolano i compendi e dunque non sono e non possono ritenersi affatto compatibili con questi, in quanto ne compromettono gli assetti, in particolare la loro capacità di autoregolarsi (leggasi: equilibrio geomorfologico) e nel contempo,  il loro valore economico nel medio e nel lungo periodo.

Non di rado ho potuto documentare, inoltre, come talune  spiagge, proprio per specifica collocazione (di recente Cala Sabina, in territorio di Golfo Aranci), siano state sottratte al controllo per quel che attiene la corretta applicazione della Determinazione n.942 del 7 Aprile 2008 (RAS – Assessorato EE. LL. FF. UU., Direzione Generale Enti Locali e Finanze, Servizio Centrale Demanio e Patrimonio) nei riguardi della gestione delle berme vegetali. Ciò purtroppo non fa che confermare quanto già sostenuto dallo scrivente in varie sedi pubbliche e ribadito in note scritte diffuse sul Web. Ammesso e non concesso che in tutte le sedi sia stato regolarmente e sistematicamente attuato il controllo de visu sulla regolarità della sua applicazione, l’attuale “disciplina” della rimozione degli accumuli costieri di Posidonia oceanica, in qualunque modo la si voglia attuare, pur avendo rappresentato in questi anni un tentativo di regolamentazione più organica rispetto al passato, rimane largamente insoddisfacente, in quanto del tutto insufficiente a garantire la conservazione fisica ed economica del Demanio Marittimo coinvolto. Che lo si voglia o no:

  1. essa permane nella sostanza associata a quella della pulizia delle spiagge, a punto tale che spesso laddove non si debba rimuovere la P.o., alla spiaggia non è garantita la pulizia[1];
  2. tutte le sue prescrizioni, ove più ove meno e, soprattutto, tutte le sue applicazioni nella pratica, ove più ove meno, contraddicono la parte dell’art. 2 in cui si stabilisce che In considerazione del fatto che la presenza dei banchi di posidonia spiaggiata fa parte integrante dell’ecosistema costiero e svolge un’azione di protezione delle spiagge dal fenomeno dell’erosione, si ritiene preferibile il mantenimento in loco dei banchi di posidonia ……;
  3. al netto di isolate iniziative attuate nell’ambito delle sole AMP, non è dato riscontrare che le Amministrazioni comunali coinvolte fra le 73 affacciate su Demanio Marittimo ed i corrispettivi titolari di concessioni demaniali, abbiano convincentemente e durevolmente attivato opportune azioni di sensibilizzazione verso gli utenti sull’importanza della posidonia (art. 2 Determinazione 942/2008).

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IL DISSESTO IDROGEOLOGICO DELLA RADA DI ALGHERO. Un esempio di insostenibilità del management costiero (*)

INTRODUZIONE

Le ragioni dell’attuale stato di dissesto strutturale del litorale sabbioso di Alghero non possono essere ricercate solo nell’evoluzione dei processi naturali. Esse sono infatti da ricondurre soprattutto alla sostanziale incapacità di adottare nel tempo una strategia sostenibile di management costiero. Più precisamente la responsabilità sta nel non aver assunto decisioni pianificatorie e tali da garantire, sul medio e sul lungo periodo, la conservazione dell’assetto fisico della spiaggia, cioè le configurazioni naturali derivanti dagli “equilibri” geosedimentologici, morfodinamici ed idraulici, di per sé in evoluzione naturale (e come tali, sarebbe meglio definirli una volta per tutte squilibri piuttosto che equilibri dinamici) verso una lenta retrocessione costiera del litorale sabbioso, a meno di prevalenti apporti detritici dai sistemi idrografici. In sostanza, quantunque mai ufficialmente e perentoriamente dichiarato, chi deve oggi essere messa in discussione è la funzionalità ovvero la congruità della stratificazione di tutte le opere realizzate in ambito marittimo all’interno della Rada di Alghero. Dunque ciò che si deve sottoporre a discussione è l’effetto cumulativo nello spazio, differito o immediato nel tempo, di tutte le concessioni autorizzate da almeno 40 anni a questa parte sul Demanio Marittimo. In particolare l’accento va posto sulla localizzazione e sulla estensione di alcune di esse (soprattutto in rapporto all’assetto geomorfologico ed idraulico). In altri termini, ferma restando la naturale responsabilità del moto ondoso, in assenza di significativi recapiti sedimentari dai fiumi, la causa innescante dell’accelerazione dell’arretramento naturale della linea di costa deve ritenersi la sostanziale incongruità delle opere portuali e di buona parte di quelle poste a sua difesa, ideate e progettate per la soluzione di contingenze talora conflittuali piuttosto che in base ad esigenze previdenti ed integrate di lungo corso.

ANALISI STORICA SPEDITIVA

La dinamica di retrocessione costiera che ha interessato la Rada di Alghero negli ultimi trent’anni circa è particolarmente evidente, in termini generali, già facendo ricorso al confronto diacronico delle immagini aeree dagli anni ‘60 ad oggi. Per evidenti ragioni legate alla stagionalità dei regimi anemologici e degli equilibri morfodinamici marittimi naturali, è bene, tuttavia, rifarsi anche ad una moltitudine di controlli visivi a carattere storico. E’ per tale ragione che ho avuto la necessità di ricorrere al personale archivio di riscontri de visu e di informazioni correlate, registrate dal 1980 a oggi. In primo luogo l’analisi suggerisce con una certa chiarezza l’ipotesi di un legame causale fra espansioni delle strutture aggettanti portuali e incremento della deformazione della linea di costa. In secondo luogo, nell’ambito di tale dinamica, è possibile collegare la posa in opera di strutture difensive del litorale allo sviluppo di nuovi dissesti o all’incremento di precedenti in settori limitrofi “scoperti” cioè fatti salvi dalle opere di difesa. Le osservazioni diacroniche ed i riferimenti alla cronologia delle opere portuali documentano, infatti, l’innesco di un’anomala retrocessione costiera proprio a partire dal 1983[1], con spiccata evidenza in corrispondenza del Lido di San Giovanni.

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