VIA

Procedure semplificate per il recupero di rifiuti (di A. A. Muntoni e I. Ghiani)

Generalità

Il Decreto Legislativo n. 152 del 03/04/2006 e s.m.i. recante “Norme in materia ambientale”, noto come “Testo Unico per l’ambiente”, prevede agli articoli 214 e 216 la possibilità, da parte delle Imprese e Ditte regolarmente iscritte alla CCIAA, di accedere ad una procedura semplificata per l’esercizio dell’attività di recupero di rifiuti, a condizione che essi siano effettivamente avviati a recupero.

Le condizioni per poter usufruire di tale procedura, il cui iter è regolato dalla Provincia competente per territorio, sono espressamente definite dal D.M. 05/02/1998 integrato dal D.M. 04/04/2006 n. 186 per i rifiuti non pericolosi e dal D.M. 12 giugno 2002 n. 161 per i rifiuti pericolosi.

Al di fuori delle tipologie e condizioni previste dai due succitati decreti ministeriali, il recupero dei rifiuti pericolosi e non pericolosi è consentito attraverso le procedure di cui all’art. 208 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i.

Le Imprese che presentano la Comunicazione per l’attività di recupero in regime di procedure semplificate devono possedere tutte le autorizzazioni necessarie al funzionamento dell’impianto di recupero, che deve essere già realizzato o comunque disponibile, anche mediante l’istituto del “contratto ad uso esclusivo”; un caso particolare potrebbe essere rappresentato da eventuali impianti di vagliatura e frantumazione mobili, molto utilizzati nei cantieri temporanei e mobili, per i quali l’iter tecnico – amministrativo per il loro utilizzo in ogni luogo nel territorio nazionale – dunque anche al di fuori dei limiti amministrativi della Provincia alla quale è stata richiesta l’autorizzazione all’utilizzo ed esercizio dell’impianto stesso – va affrontata sentiti competenti uffici provinciali.

La Provincia competente procede con l’iscrizione solo ai fini dell’esercizio.

Procedimento

L’attività di recupero può essere intrapresa dopo 90 giorni dalla presentazione della Comunicazione; tale termine può essere sospeso per eventuali richieste integrazioni relative ad aspetti tecnici, impiantistici, ambientali. In tal caso, i 90 giorni riprendono a decorrere dal ricevimento della documentazione richiesta.

Nel caso di imprese che non abbiano trasmesso la documentazione richiesta nel termine prefissato, la Provincia – generalmente – emana un provvedimento di divieto di inizio e/o prosecuzione dell’attività.

In caso di rifiuti elettrici ed elettronici (D.Lgs 151/2005), di veicoli fuori uso (D.Lgs 209/2003) e di impianti di coincenerimento (D.Lgs 133/2005) la documentazione deve evidenziare il rispetto alla normativa specifica, e l’inizio dell’attività è – generalmente – subordinato allo svolgimento di un sopralluogo preventivo da parte dei tecnici della Provincia.

Ciascuna Provincia, normalmente, segue un iter tecnico – amministrativo che può differire da una Regione all’altra.

Destinatari e procedure

Le imprese che intendono esercitare attività di messa in riserva, recupero di rifiuti speciali, pericolosi e non pericolosi e che pertanto possono accedere alle procedure semplificate debbono, in  generale, essere in possesso dei requisiti previsti dagli art. 214 e 216 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i.

La comunicazione avviene seguendo le procedure messe in atto da ciascuna Provincia, in qualche caso anche on line.

Nel caso in cui il soggetto richiedente ricada nelle categorie soggette ad Autorizzazione Unica Ambientale (AUA) occorre anche provvedere a predisporre l’istanza per la richiesta dell’AUA tenendo conto, tra l’altro, della modulistica settoriale predisposta da ciascuna Regione per gli adempimenti che richiedono un passaggio formale attraverso lo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP) territorialmente competente, che provvederà successivamente a trasmetterlo alla Provincia, al Comune ed all’ARPA della Regione di appartenenza.

Durata

L’iscrizione per il recupero di rifiuti secondo le procedure semplificate ha una durata di 5 anni.

Il rinnovo dell’autorizzazione deve essere presentato alla competente Provincia almeno 90 giorni dalla scadenza.

Chiarimenti in merito al recupero della Tipologia 7.1

La Direzione Generale per la Tutela del Territorio e delle risorse Idriche del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, con nota prot. n. 0018563 del 7/03/2013 ha confermato il proprio orientamento interpretativo relativamente all’attività di recupero rifiuti svolte in procedura semplificata ai sensi degli articoli 214 e 216 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. per la tipologia 7.1. dell’Allegato 1 – Suballegato 1 al D.M. 05/02/1998.
In particolare nella suddetta nota viene ribadito che l’operazione di recupero rifiuti di cui al punto 7.1.3 lettera a) del D.M. 05/02/1998 si completa con la produzione di materie prime seconde solo se i materiali così ottenuti

  1. sono conformi all’allegato C della Circolare del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio 15 luglio 2005, n. UL/2005/5205
  2. sono idonei ad essere utilizzati nell’edilizia e sono destinati a questo specifico utilizzo in modo effettivo ed oggettivo (art. 3, comma 3, d.m. 5 febbraio 1998)

Nella nota succitata si precisa altresì che l’attività di recupero di rifiuti di cui al punto 7.1.3, lettere b) del D.M. 05/02/1998 [Recuperi ambientali (R10)] e l’attività di cui al punto 7.1.3, lettere c) del D.M. 05/02/1998 [Rilevati e sottofondi stradali e ferroviari e aeroportuali, piazzali industriali (R5)], si conclude solo con l’effettivo utilizzo dei materiali ottenuti dal trattamento di cui al sopraccitato punto 7.1.3 lettera a). Ne consegue che chiunque voglia utilizzare detti rifiuti per gli impieghi di cui al punto 7.1.3, lettere b) e c) del D.M. 05/02/1998 è tenuto agli adempimenti stabiliti dalla Parte IV del D.Lgs. 152/2006, ivi incluso l’onere di presentare la comunicazione di cui all’art. 216 del suddetto decreto legislativo relativamente al sito specifico ove si intende impiegarli.

Inoltre, per le operazioni di recupero R5, qualora il progetto rientri nella casistica definita dal punto 7-z.a dell’Allegato IV alla Parte Seconda del D.Lgs. 152/2006, dovrà essere espletata preventivamente la procedura di verifica di assoggettabilità alla Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) ex art. 20 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i.

Dott. Ing. Andrea Alessandro MUNTONI

(andreaalessandro@muntoni.it)

Ilaria Ghiani

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Minieolico. Valutazione di impatto Ambientale sotto i 60 kW

Aerogeneratore (fonte: archivio SIAC A. A. MUNTONI & Partners)

La Corte Costituzionale, con propria sentenza del 12 Luglio 2013, n. 188 (G.U. 17 luglio 2013 n. 29) si è espressa relativamente alla legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 23, della Legge della Regione Autonoma della Sardegna n. 3 del 7 agosto 2009 recante “Disposizioni urgenti nei settori economico e sociale”; la vertenza è stata promossa dal Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) per la Sardegna nel procedimento tra F.P. e il Comune di Sorso (SS), con ordinanza del 4 ottobre 2012, iscritta al n. 297 del registro ordinanze 2012 e pubblicata nella G.U. della Repubblica n. 3, prima serie speciale, dell’anno 2013.

Il TAR Sardegna, infatti, facendo riferimento all’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, aveva sollevato dei dubbi sulla legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 23, della L.R. n. 3/2009 nella parte in cui dispone che gli impianti eolici con potenza complessiva inferiore o uguale a 60 kW sono considerati minieolici e NON sono assoggettati alle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA).

La suddetta Corte ha dato ragione al TAR Sardegna, poiché la L.R. n. 3/2009, consentendo l’installazione di impianti al di sotto delle soglie stabilite anche in mancanza di VIA, si poneva in contrasto con la normativa statale contenuta nel D.Lgs. n. 152/2006 e s.m.i. che prescrive inderogabilmente la procedura di VIA per tutti gli impianti eolici per la produzione di energia elettrica sulla terraferma, nel cui procedimento autorizzativo è prevista la partecipazione obbligatoria del Ministero per i Beni e le Attività culturali , senza quindi prevedere esclusioni per impianti “sotto soglia”.

In definitiva, la Corte Costituzionale, con la sentenza suddetta, ha dichiarato incostituzionale la L.R. n. 3/2009 Regione Sardegna nella parte in cui esclude dall’assoggettabilità a VIA gli impianti eolici di potenza inferiore o uguale a 60 kW.

La suddetta  Corte, avendo già affermato in una precedente sentenza “che l’obbligo di sottoporre qualunque progetto alla procedura di VIA attiene al valore della tutela ambientale”, dichiara che la L.R. n. 3/2009, nel sottrarre alla VIA la tipologia degli impianti “sotto soglia”, è invasiva dell’ambito di esclusiva competenza statale, così come previsto all’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione della Repubblica italiana.

L’illegittimità della Legge Regionale, quindi, deriva soprattutto dal fatto che la materia della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e delle attività culturali è di  competenza legislativa esclusiva dello Stato  e pertanto una Legge Regionale non può porsi in contrasto con essa.

Si precisa, ad ogni buon fine, che nel corso del giudizio e prima della pubblicazione della succitata sentenza da parte della Corte Costituzionale, la Regione Autonoma della Sardegna ha legiferato emanando la Legge n. 25 del 25/12/2012 recante “Disposizioni urgenti in materia di enti locali e settori diversi”). In particolare all’art. 8 (Modifiche agli articoli 5 e 6 della legge regionale n. 3 del 2009) della L. 25/2012 è stato aggiunto un periodo in base al quale “Sia gli impianti inferiori ad 1 MW che quelli inferiori a 60 kW sono sottoposti a procedura di valutazione di impatto ambientale qualora rientranti nella fattispecie di cui all’Allegato 3, lettera c bis), della seconda parte del D.Lgs. 152/2006” e cioè gli impianti rientranti nel caso in cui nel procedimento sia coinvolto il Ministero per i Beni e le Attività culturali.

Di seguito si riporta, per completezza e a vantaggio del lettore, il testo integrale dell’art. 8 della Legge 25/2012:

<< 1. Alla fine del comma 23 dell’articolo 5 della legge regionale 7 agosto 2009, n. 3 (Disposizioni urgenti nei settori economico e sociale), sono aggiunte le seguenti parole: “Sia gli impianti inferiori ad 1 MW che quelli inferiori a 60 kW sono sottoposti a procedura di valutazione di impatto ambientale qualora rientranti nella fattispecie di cui all’allegato 3, lettera c bis), della seconda parte del decreto legislativo n. 152 del 2006, e successive modifiche ed integrazioni.”.

2. Dopo il comma 7 dell’articolo 6 della legge regionale n. 3 del 2009 è introdotto il seguente:

“7 bis. La realizzazione di nuovi impianti eolici o di ampliamenti di impianti esistenti è consentita, oltre la fascia dei 300 metri, anche negli ambiti di paesaggio costieri, purché non ricadenti in beni paesaggistici e ricompresi:

–         all’interno degli agglomerati industriali gestiti dai consorzi industriali provinciali di cui alla tabella A, e delle aree industriali e ZIIR di cui alla tabella B della legge regionale 25 luglio 2008, n. 10 (Riordino delle funzioni in materia di aree industriali), e successive modifiche ed integrazioni, nonché all’interno delle aree circoscritte da una fascia di pertinenza pari a 4 km dal perimetro degli stessi;

–         nelle aree relative a tutti i piani per gli insediamenti produttivi (PIP) del territorio regionale;

–         nelle aree PIP di superficie complessiva superiore ai 20 ettari e la relativa fascia di pertinenza pari a 4 km, computabile anche come aggregazione di singoli PIP contermini;

–         all’interno delle aziende agricole, su strutture appositamente realizzate, nelle aree immediatamente prospicienti le strutture al servizio delle attività produttive, e aventi potenza fino a 200 kW da parte degli imprenditori di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99, e alla legge regionale n. 15 del 2010”>>.

Rimane, pertanto, solo un dubbio relativamente ai procedimenti che prevedano espressamente il coinvolgimento del Ministero per i Beni e le Attività culturali.

Si ribadisce, inoltre, che per impianto deve intendersi l’insieme degli aerogeneratori che sono funzionalmente collegati fra loro e che, a titolo di esempio, due “pale eoliche” da 59,9 kW costituiscono un impianto da poco meno di 120 kW; esso, pertanto, è da considerarsi come un impianto inferiore ad 1 MW.

Resta infine inteso che due aerogeneratori danno luogo, relativamente a talune categorie ambientali, ad effetti cumulativi (per es. rumore combinato) che dovrebbero, a ragione, essere attentamente valutati nell’ambito dello Studio di Impatto Ambientale (SIA) o nell’ambito della procedura di verifica di assoggettabilità di un intervento alla VIA.

Ing. Ugo MATTANA, Dott. Ing. Andrea Alessandro MUNTONI

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Utilizzo di terre e rocce da scavo secondo le previsioni del D.M. 10 agosto 2012, n. 161

Di recente è stato pubblicato il D.M. 10 agosto 2012, n. 161 avente per oggetto “Regolamento recante la disciplina dell’utilizzazione delle terre e rocce da scavo“.

Nel presente articolo si dà una risposta ai principali e più frequenti quesiti posti al SIAC A. A. MUNTONI da Soggetti pubblici e privati che intendono a breve avvalersi delle nuove disposizioni di legge per la gestione integrata di terre e rocce da scavo.

Qual’è l’autorità competente alla quale va presentato il piano di utilizzo di cui all’art 5 del D.M. 10 agosto 2012, n. 161?

L’autorità competente, così come previsto dall’art. 1, comma 1, lettera f) del D.M 10 agosto 2012, n. 161 è l’autorità che autorizza la realizzazione dell’opera. Nel caso di interventi che non prevedono la loro assoggettabilità alle procedure di VIA (Regione e Ministero), VAS (Ministero, Regione o Provincia) o AIA (Provincia), l’Autorità competente può anche coincidere con il Comune nel cui territorio ricadono gli interventi di scavo da cui si originano le terre e rocce da scavo, restando inteso che il loro utilizzo avviene presso siti per i quali sono già stati progettati e autorizzati i relativi interventi.

La stessa lettera f) di cui sopra, prevede che <<nel caso di opere soggette a valutazione (di impatto, nda) ambientale o ad autorizzazione integrata ambientale (AIA, nda), l’autorità competente è definita dall’articolo 5, comma 1, lettera p), del decreto legislativo n. 152 del 2006 così come modificata dall’art. 2 D.Lgs. 29.06.2010, n. 128>>. L’art. 5, c. 1, lett. p), del D.Lgs. 152/2006 prevede che l’autorità competente sia “la pubblica amministrazione cui compete l’adozione del provvedimento di verifica di assoggettabilità (con riferimento a interventi o lavori che potrebbero essere assoggettati alla procedura di VIA, nda), l’elaborazione del parere motivato, nel caso di valutazione di piani e programmi (con riferimento alla VAS, nda), e l’adozione dei provvedimenti conclusivi in materia di VIA (nel caso di interventi assoggettati ex lege alla Valutazione di Impatto Ambientale, nda), nel caso di progetti ovvero il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale, nel caso di impianti”.

Il Proponente che presenta il piano di utilizzo può essere individuato nell’impresa che deve eseguire i lavori di scavo?

Secondo l’art. 1 lettera q) del D.M 10 agosto 2012, n. 161 il proponente è il soggetto che presenta il Piano di Utilizzo.

Nel D.M. di cui sopra, non vi sono previsioni che escludano la possibilità che il proponente sia l’impresa che deve eseguire i lavori di scavo; ne consegue che il soggetto cui compete l’onere di presentare il piano di utilizzo è l’Impresa appaltatrice dei lavori. Nel caso dei lavori pubblici, tale circostanza si realizza unicamente dopo l’avvenuta aggiudicazione della gara e comunque prima dell’inizio dei relativi lavori.

Può essere presentato un piano di utilizzo che preveda siti di destinazione differenti?

Da quanto riportato nel D.M. 10 agosto 2012, n. 161 si evince che è possibile presentare un piano di utilizzo che preveda siti di destinazione o di utilizzo differenti da quello in cui si originano le terre e rocce da scavo.

Infatti, secondo l’art. 4, comma 1, lettera b) del D.M 10 agosto 2012, n. 161, “il materiale da scavo è utilizzato, in conformità al Piano di Utilizzo:

1) nel corso dell’esecuzione della stessa opera, nel quale (il materiale, nda) è stato generato, o di un’opera diversa, per la realizzazione di rinterri, riempimenti, rimodellazioni, rilevati, ripascimenti, interventi a mare, miglioramenti fondiari o viari oppure altre forme di ripristini e miglioramenti ambientali;

2) in processi produttivi, in sostituzione di materiali di cava”.

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IL DISSESTO IDROGEOLOGICO DELLA RADA DI ALGHERO. Un esempio di insostenibilità del management costiero (*)

INTRODUZIONE

Le ragioni dell’attuale stato di dissesto strutturale del litorale sabbioso di Alghero non possono essere ricercate solo nell’evoluzione dei processi naturali. Esse sono infatti da ricondurre soprattutto alla sostanziale incapacità di adottare nel tempo una strategia sostenibile di management costiero. Più precisamente la responsabilità sta nel non aver assunto decisioni pianificatorie e tali da garantire, sul medio e sul lungo periodo, la conservazione dell’assetto fisico della spiaggia, cioè le configurazioni naturali derivanti dagli “equilibri” geosedimentologici, morfodinamici ed idraulici, di per sé in evoluzione naturale (e come tali, sarebbe meglio definirli una volta per tutte squilibri piuttosto che equilibri dinamici) verso una lenta retrocessione costiera del litorale sabbioso, a meno di prevalenti apporti detritici dai sistemi idrografici. In sostanza, quantunque mai ufficialmente e perentoriamente dichiarato, chi deve oggi essere messa in discussione è la funzionalità ovvero la congruità della stratificazione di tutte le opere realizzate in ambito marittimo all’interno della Rada di Alghero. Dunque ciò che si deve sottoporre a discussione è l’effetto cumulativo nello spazio, differito o immediato nel tempo, di tutte le concessioni autorizzate da almeno 40 anni a questa parte sul Demanio Marittimo. In particolare l’accento va posto sulla localizzazione e sulla estensione di alcune di esse (soprattutto in rapporto all’assetto geomorfologico ed idraulico). In altri termini, ferma restando la naturale responsabilità del moto ondoso, in assenza di significativi recapiti sedimentari dai fiumi, la causa innescante dell’accelerazione dell’arretramento naturale della linea di costa deve ritenersi la sostanziale incongruità delle opere portuali e di buona parte di quelle poste a sua difesa, ideate e progettate per la soluzione di contingenze talora conflittuali piuttosto che in base ad esigenze previdenti ed integrate di lungo corso.

ANALISI STORICA SPEDITIVA

La dinamica di retrocessione costiera che ha interessato la Rada di Alghero negli ultimi trent’anni circa è particolarmente evidente, in termini generali, già facendo ricorso al confronto diacronico delle immagini aeree dagli anni ‘60 ad oggi. Per evidenti ragioni legate alla stagionalità dei regimi anemologici e degli equilibri morfodinamici marittimi naturali, è bene, tuttavia, rifarsi anche ad una moltitudine di controlli visivi a carattere storico. E’ per tale ragione che ho avuto la necessità di ricorrere al personale archivio di riscontri de visu e di informazioni correlate, registrate dal 1980 a oggi. In primo luogo l’analisi suggerisce con una certa chiarezza l’ipotesi di un legame causale fra espansioni delle strutture aggettanti portuali e incremento della deformazione della linea di costa. In secondo luogo, nell’ambito di tale dinamica, è possibile collegare la posa in opera di strutture difensive del litorale allo sviluppo di nuovi dissesti o all’incremento di precedenti in settori limitrofi “scoperti” cioè fatti salvi dalle opere di difesa. Le osservazioni diacroniche ed i riferimenti alla cronologia delle opere portuali documentano, infatti, l’innesco di un’anomala retrocessione costiera proprio a partire dal 1983[1], con spiccata evidenza in corrispondenza del Lido di San Giovanni.

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